Adesso i giornali tipo “Repubblica” si indignano perché in Francia si stanno organizzando ronde di giovani di destra che respingono e attaccano a loro volta i rivoltosi delle banlieues.
Li definiscono razzisti, xenofobi, squadristi, come ad attenuare, spostando il vero focus, ossia ciò che sta accadendo da giorni e che ha acceso la miccia anche in altri paesi, come il Belgio e la Svizzera, confermando la pericolosità di una guerra strisciante etnico-religiosa, che potrebbe scoppiare in tutta Europa.
Una guerra che ha a che fare col fallimento dell’integrazione globalista e liberista di Bruxelles e col fallimento di modelli istituzionali e politici vecchi come la Quinta Repubblica, basata sulla centralità dello Stato napoleonico, laico, neutrale rispetto alle identità culturali, storiche e religiose dei popoli e costruito su un sistema elettorale che blinda sempre le caste al potere impedendo il ricambio della società.
D’altra parte, i numeri parlano chiaro (il frutto delle violenze dopo la morte di Nahel): un miliardo di danni, 20 milioni di euro riguardanti i trasporti pubblici, oltre 1000 arresti e oltre 2000 veicoli incendiati. Un fuoco che tarda a spegnersi.
Città messe a ferro e fuoco da orde di “non-integrati” di terza e quarta generazione.
Oltre alle cose, ai negozi saccheggiati, alle autovetture distrutte, ai simboli del consumismo e dell’economia (gli sportelli bancari), se la sono presa pure con le Chiese cattoliche e con le sedi della destra.
E si sono divisi pure tra gli stessi “francesizzati”.
Se la madre di Nahel è stata il simbolo delle sommosse e dell’ingiustizia da vendicare, la nonna al contrario, ha
chiesto di interrompere la violenza, evidenziando ancora una volta la distanza tra le prime e successive generazioni: le prime pensavano soltanto a lavorare, le seconde e le terze a porsi in modo oppositivo verso la matrigna Francia, che non li ha accolti e arricchiti, vagheggiando un’identità islamica mitica, molto ideologica, categoria occidentale rovesciata contro l’Occidente (un po’ il Dna che ha portato alcuni in passato ad aderire al fondamentalismo islamista).
La domanda è: se la Francia sta implodendo, divaricando sempre più il gap tra i garantiti, i ricchi, i borghesi delle città, e i poveri, i migranti, gli emarginati, la provincia, le sommosse per un singolo incidente che andava, come andrà, circoscritto all’iter giudiziario nazionale, giustificano la rivolta? Delle due l’una: o basta un pretesto (le pensioni, l’aumento dei carburanti) per scatenare la rabbia sociale che ogni volta assume vesti diverse (gilet gialli, sindacati, banlieues), oppure vuol dire che nelle strade e per le piazze, di notte, comandano loro: gli ex migranti in odore di islamismo.
Pertanto appare legittima e naturale la difesa delle ronde di destra. Difendono la loro terra, la loro patria, la loro cultura e storia. Ma rischiano di diventare oggettivamente le guardie bianche dell’Eliseo, della sua legalità, del suo ordine.
Perché non cogliere l’occasione per un cambio vero? Una nuova rivoluzione francese contro Luigi XVI-Macron.



