Giudici a gamba tesa, il gioco si sta facendo duro. Nel giro di 48 ore le toghe all’arrabbiata hanno sferrato tre pugni sotto la cintura del governo, con lo scopo diretto di spingere la Meloni a risposte inconsulte e con l’obiettivo (non tanto indiretto) di intimidire la maggioranza nell’iter di approvazione della riforma della Giustizia targata Carlo Nordio .
Ricostruiamo innanzi tutto i fatti. Mercoledì 5 luglio: la ministra del Turismo Daniela Santanchè (FdI) si difende in Senato dall’accusa di illeciti finanziari che le muove il programma di Raitre “Report”. Con il solito, perfetto tempismo, il quotidiano editato da Carlo De Benedetti, “Domani”, pubblica proprio in quel giorno la notizia che la esponente del governo è sotto indagine della magistratura per falso in bilancio e bancarotta fraudolenta. La Santanchè afferma di non aver ricevuto alcun avviso di garanzia. Ma in serata la Procura di Milano conferma la notizia riportata da “Domani”. Uno strano modo di far sapere a qualcuno di essere sotto indagine.
Giovedì 6 luglio: il gip del Tribunale di Roma dispone l’”imputazione coatta” del sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro Delle Vedove per violazione del segreto d’ufficio in merito al caso Alfredo Cospito. Per il Pm non ci sarebbe reato, di qui la richiesta di archiviazione del procedimento penale. Ma il giudice per le indagini preliminari manda lo stesso Delmastro alla sbarra. Il giudice ignora la richiesta del Pm? Non capita mai. Capita invece, guardacaso, il giorno dopo l’esplosione della vicenda Santanchè.
A quel punto la Meloni sbotta e accusa «una fascia della magistratura di svolgere un ruolo attivo di opposizione». La premier si lascia anche sfuggire parole sottilmente (ma non tanto) minacciose a margine del Consiglio dei ministri: «Sulla giustizia adesso dobbiamo correre, il prossimo obiettivo che il governo deve raggiungere è la separazione delle carriere». Alle iniziative ostili dei giudici la Meloni risponde annunciando la linea dura del governo. E divampa l’incendio.
Venerdì 7 luglio. Mentre tutti si interrogano sulla ripresa in grande stile della guerra tra giudici e politica, scoppia un’altra bomba: il “Corriere della Sera” riferisce che Leonardo Apache La Russa, figlio del presidente del Senato, è accusato da una ragazza di violenza sessuale e che la Procura di Milano ha aperto un’inchiesta. I contorni della vicenda sono ancora confusi. Ma le dichiarazioni in difesa del figlio di Ignazio La Russa producono una furiosa polemica politica, che terrà presumibilmente banco nei prossimi giorni. Colpisce comunque un fatto: la vicenda risale al 18 maggio, ma la notizia esce il giorno in cui scoppia la querelle tra giudici e governo. Anche in questo caso il meccanismo mediatico-giudiziario scatta con impressionante tempismo politico: già immaginiamo, nei prossimi giorni, i soliti editorialisti di sinistra accusare “questa destra” di avere un concetto vago della legalità e della giustizia.
Insomma, ci troviamo davanti a una serie di provocazioni da parte dei giudici che ci riporta alle grandi guerre tra politica e magistratura risalenti ai tempi di Silvio Berlusconi premier. Stavolta però la Meloni parte da una posizione di vantaggio. E ciò sia perché nessuno la può accusare di conflitto d’interessi e sia perché le ostilità sono state aperte dalla magistratura dopo l’annuncio della riforma della Giustizia promossa dal ministro Nordio, chiaro segno che si tratta di un fuoco di sbarramento scatenato dai giudici politicizzati.
Si tratta di un vantaggio che la premier deve sfruttare fino in fondo, evitando soprattutto un errore: dare l’impressione di sentirsi in “guerra” con la magistratura. Capiamo il suo temperamento pugnace. Capiamo la necessità di rispondere a tono ai suoi nemici. Capiamo il fatto che Giorgia non può rimanere inerte alle iniziative più odiose delle “toghe rosse”, come Berlusconi chiamava i giudici politicizzati. Ma non deve assolutamente accadere che le future iniziative sul fronte della riforma della Giustizia appaiano come episodi della guerra infinita tra magistratura e politica. Aver quindi annunciato di voler accelerare la riforma Nordio subito dopo lo sgarbo subito sul caso Delmastro è stata una caduta di stile che la premier dovrebbe evitare di ripetere.
Cambiare la Giustizia deve apparire come la fine della guerra dentro lo Stato (giudici contro governo), non come la sua più eclatante manifestazione. Se lo Stato è in guerra con se stesso non vince nessuno, a partire dalla politica che la Meloni vuole rappresentare.



