Nordio, Meloni spegne la polemica. Ma c’è un problema…

domenica, 16 Luglio 2023
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Nordio, alla fine Giorgia sbotta. Bastano cinque parole, alla Meloni, per sconfessare il suo ministro sul tema del concorso esterno in associazione mafiosa: «Mi concentrerei su altre priorità». Nordio capisce l’antifona e a stretto giro arriva la sua conciliante risposta: «Sintonia con la premier, non è in programma».

Tutto bene? Sì, ma dietro le quinte lo scontro deve essere stato duro. Raccontano di una telefonata burrascosa della Meloni al Guardasigilli dopo che era scoppiato il putiferio per le dichiarazioni del ministro sul concorso esterno: «È un ossimoro. O si è esterni, allora non si è concorrenti, o si è concorrenti, e allora non si è esterni». Un fine ragionamento sul piano della dottrina giuridica. Ma un vero autogol per un partito, FdI (lo stesso che ha candidato Nordio), che ha sempre fatto della lotta alla mafia il suo vessillo. E proprio l’introduzione del reato di concorso esterno in associazione mafiosa (ancorché non definito in una fattispecie precisa) fu a suo tempo caldeggiata da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino (vere icone nel Pantheon della destra italiana) per colpire la zona di contiguità politica e imprenditoriale a Cosa Nostra.

Già Alfredo Mantovano aveva fiutato il pericolo ed era subito intervenuto per correggere il Guardasigilli: «Non è un tema in discussione. Il governo non farà alcun passo indietro nella lotta alla criminalità organizzata». A rincarare la dose aveva poi provveduto il sottosegretario Andrea Delmastro: «Nessuno strumento della lotta alla mafia sarà indebolito».

Non c’è stato però niente da fare, le opposizioni sono partite lancia in resta contro il governo. La segretaria del Pd Elly Schlein ha accusato la Meloni di «abbassare i presidi della lotta alla mafia». A sua volta, il M5S ha contestato a Nordio di infliggere «durissimi colpi ai pilastri del controllo di legalità».

La faccenda rischiava di farsi incandescente in vista dell’anniversario della strage di via D’Amelio, che sarà mercoledì 19 luglio. Tutto potrebbe tollerare la Meloni meno che di essere contestata alla commemorazione di Borsellino.

A questo punto solo lei avrebbe potuto spegnere l’incendio involontariamente provocato da Nordio e poi divampato per le cariche a testa bassa dell’opposizione. E questo intervento è alla fine arrivato, con l’effetto di disattivare la querelle sul concorso esterno e di abbassare (forse) i toni nella discussione sulla riforma della giustizia.

La Meloni può però tirare un sospiro di sollievo solo per un po’. Un nuovo problemo si profila all’orizzonte: l’arrivo all’approvazione dell’Aula del disegno di legge che reca la firma di Nordio. Dov’è il problema? Nel fatto che, così come è formulata, l’abolizione del reato di abuso d’ufficio non piace alla Lega né, soprattutto, al presidente Sergio Mattarella. Il capo dello Stato avrebbe infatti lasciato ad intendere alla premier che, se tale depenalizzazione non fosse in qualche modo corretta dal Parlamento, potrebbe anche accadere che la legge non sia promulgata perché il Quirinale la rispedirebbe al Parlamento in quanto contrastante con le convenzioni internazionali anticorruzione sottoscritte dall’Italia e quindi contrastante con la stessa Costituzione: all’articolo 117, la Carta vincola infatti la potestà legislativa dello Stato e delle Regioni  al rispetto «dell’ordinamento comunitario e degli obblighi internazionali».

Si tratta, in prospettiva, di una bella gatta da pelare per Giorgia Meloni, la quale, se non può permettersi di andare allo scontro con il Colle, non può nemmeno annacquare più di tanto il suo programma di governo, pena l’accusa di incoerenza e opportunismo.

C’è comunque tutto il tempo per un compromesso che soddisfi in qualche modo le esigenze di tutti. Certo è comunque il fatto che, in tema di giustizia, tutti dovrebbero, da oggi, cercare di limitare la loro incontinenza verbale. A partire dal ministro Nordio, il quale dovrebbe concentrarsi più sul modo migliore di condurre in porto la riforma della giustizia che togliersi dalle scarpe tutti i sassolini che avrà sicuramente accumulato in tanti anni di carriera da magistrato.

 

 

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