Che la Giornata Mondiale della Gioventù sarebbe stata accompagnata da polemiche era stato chiaro sin dalla vigilia, quando suscitarono grande scalpore le dichiarazioni del futuro cardinale (riceverà la porpora nel concistoro di settembre) Americo Aguiar (CLICCA QUI), che in qualità di responsabile dell’organizzazione disse che l’obiettivo dell’evento non era “convertire i giovani a Cristo”. E questo è ciò che si è chiaramente percepito in terra portoghese, dove ancora una volta è passato il messaggio che per la Chiesa oggi la priorità non è convertire il mondo ma lottare per le grandi questioni planetarie.
Alla fine è stato evidente a tutti come a Lisbona sia andato in scena una sorta di “Forum di Davos” della Chiesa, dove si sono discussi i grandi temi di interesse mondiale, ma dove si è avvertita l’assenza della forza catechizzatrice che caratterizzava le Gmg di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI.
Ambientalismo e pacifismo sono sembrati i temi al centro della mission della Gmg dove i giovani hanno ascoltato da parte del papa accorati appelli alla salvezza dell’umanità: una salvezza però che non sembra passare dalla fede, ma da un impegno diretto dei giovani chiamati a cambiare il mondo con la loro forza e il loro dinamismo giovanile.
Così ecco che il Papa ha detto ai ragazzi di impegnarsi per “salvare il pianeta dal rischio di una grave distruzione climatica”, arrivando a sostenere che le mezze misure non servono ma che “occorre ridefinire ciò che chiamiamo progresso ed evoluzione”. Ha così rilanciato il discorso dell’ecologia integrale alla base dell’Enciclica “Laudato sì” ribadendo che “la sofferenza del pianeta va ascoltata insieme a quella dei poveri mettendo il dramma della desertificazione in parallelo con quello dei rifugiati: il tema delle migrazioni insieme a quello della denatalità”.- Per poi spiegare: “Abbiamo bisogno di occuparci della dimensione materiale della vita all’interno di una dimensione spirituale”. Per carità, tutto giusto e legittimo, ma la Gmg non era stata concepita per contrastare soprattutto la desertificazione della fede?
Nella messa finale Francesco è sembrato rilanciare il motto di San Giovanni Paolo II, quel “Non abbiate paura” che il papa polacco legava alla necessità di spalancare le porte a Cristo. Ma nell’ottica bergogliana il “non abbiate paura” è riferito soprattutto all’impegno per la pace. “A voi, giovani, tentati in questo tempo di scoraggiarvi, di giudicarvi inadeguati o di nascondere il dolore mascherandolo con un sorriso; a voi, giovani, che volete cambiare il mondo, e va bene che volete cambiare il mondo, e lottate per la giustizia e per la pace; a voi, giovani, che ci mettete impegno e fantasia ma vi sembra che non bastino; a voi, giovani, di cui la Chiesa e il mondo hanno bisogno come la terra della pioggia; a voi, giovani, che siete il presente e il futuro; sì, proprio a voi, giovani, Gesù dice: ‘Non temete!’ ha aggiunto il Pontefice durante l’omelia della messa conclusiva al Parque Tejo.
Un Gesù dunque che ancora una volta è presentato come un testimonial di pace e solidarietà e non come il centro di tutto, ovvero la risposta a tutti i problemi dell’umanità. Del resto prima di partire per la Gmg in un’intervista a Vida Nueva papa Francesco aveva chiaramente espresso il suo pensiero su come i giovani dovevano interpretare il loro essere cattolici: “Ho paura dei gruppi giovanili intellettuali, di chi chiama i giovani a riflettere e poi li riempie di idee strane. Con i giovani dobbiamo usare il linguaggio delle mani, perché i giovani hanno bisogno di fare le cose, e il linguaggio delle gambe, che è camminare, non un laboratorio asettico. Abbiamo bisogno di seminaristi normali, con i loro problemi, che giocano a calcio, che non vadano nei quartieri a dogmatizzare…”. Ma non è proprio quello il compito dei futuri sacerdoti?
Ben diverso il concetto che aveva Karol Wojtyla: ai giovani della Gmg diceva: ““Cari giovani del secolo che inizia, dicendo «sì» a Cristo, voi dite «sì» ad ogni vostro più nobile ideale. Io prego perché Egli regni nei vostri cuori e nell’umanità del nuovo secolo e millennio. Non abbiate paura di affidarvi a Lui. Egli vi guiderà, vi darà la forza di seguirlo ogni giorno e in ogni situazione”.
Sarebbe sbagliato affermare come ha sostenuto qualcuno che in questi giorni a Lisbona sia mancata la fede. La fede c’è stata ed è quella che hanno respirato e manifestato i tanti giovani che vi hanno partecipato. E non sono mancati da parte di Papa Francesco anche momenti di intensa spiritualità, come l’affidamento a Maria della stessa Gmg e l’affidamento del futuro dell’umanità nelle mani della Regina della Pace. Cristo c’è stato sicuramente nei messaggi e nelle omelie del papa, ma ciò che è mancata è stata la sua centralità che era invece lo scopo che aveva portato proprio San Giovanni Paolo II ad istituire le Giornate mondiali della Gioventù; che dovevano essere proprio il mezzo, lo strumento per favorire l’incontro fra i giovani e Cristo, facendo riscoprire alle nuove generazioni la bellezza e l’attualità del messaggio cristiano nel mondo contemporaneo; con l’intento di convertire il mondo al Vangelo e facendo comprendere come Cristo sia in ogni epoca la guida cui affidarsi.
La sensazione che si è percepita è stata ancora una volta quella di un papa Francesco che si è voluto ritagliare un ruolo più da leader mondiale che da capo della Chiesa, andando incontro al mondo (leggi anche le dichiarazioni sulle transessuali “figlie di Dio”) e relegando gli aspetti religiosi e spirituali ad un ruolo di supporto al pensiero unico mondialista sulle politiche ecologiste, migrazioniste, laiciste ecc.
Il messaggio che infatti è sembrato passare a Lisbona è quello di un invito ai giovani ad essere protagonisti della costruzione di un futuro migliore seguendo le grandi questioni mondiali con l’ottica della narrazione unica climatica, pacifista, globalista, avendo Gesù come esempio da seguire, ma non come strumento per cambiare il mondo attraverso la conversione. Dettagli forse, ma per chi ha vissuto le Gmg di Wojtyla e Ratzinger è sicuramente forte l’amarezza per un cristianesimo sempre più inteso come espressione di solidarietà che come testimonianza della presenza reale di Cristo nella storia dell’umanità.



