La sinistra ci gira intorno. Ma alcune reazioni in Italia e in Europa all’attacco di Hamas sono evidenti. E disegnano un quadro inquietante.
Oltre all’atteggiamento ipocrita, se non complice di tanti, troppi paesi africani e arabi, c’è nei fatti oggettivamente una “rete islamica” o “islamista” che costituisce una realtà quasi strutturale alimentata da un rapporto sempre più stretto tra governi dei paesi dell’area medio-orientale (e non solo) e migranti (non integrati), di seconda e terza generazione in Europa; tutti sensibili al richiamo del fondamentalismo e comunque ostili all’Occidente “corrotto e decadente”, alla Ue e agli Usa.
Le cronache di questi terribili giorni lo hanno confermato: l’attacco di Hamas ha inficiato gli accordi di Abramo, rallentato l’avvicinamento tra Arabia Saudita e Israele, compattato gli estremisti (si pensi a Hezbollah) e messo in difficoltà i paesi moderati, come l’Egitto e la Giordania.
Per il resto, massiccio è stato il consenso (o il non dissenso) ad Hamas. Lo ha espresso l’Iran, paese peraltro sospettato da alcuni osservatori internazionali di avere avuto un ruolo nell’attacco (l’Iran però non è un paese arabo): «Siamo al fianco dei guerrieri palestinesi fino alla liberazione di Palestina e Gerusalemme». Anche il gruppo armato libanese Hezbollah, sciita come l’Iran, come abbiamo detto, ha dichiarato di essere in «continuo contatto con i leader della resistenza palestinese» e ha definito l’azione non solo una risposta all’occupazione israeliana, ma anche, guarda caso, «un messaggio per quei paesi che stanno cercando una normalizzazione dei propri rapporti con Israele».
Egitto e Giordania, i moderati, si sono barcamenati. Si sono limitati a denunciare i «gravi rischi» di una possibile “escalation militare”, anche se il ministro degli Esteri giordano Ayman Safadi ha citato «gli attacchi e le violazioni dei diritti dei palestinesi in Cisgiordania». Il Marocco ha condannato «gli attacchi contro i civili ovunque accadano», gli Emirati Arabi Uniti hanno «espresso sincere condoglianze a tutte le vittime della recente crisi». Qatar, Kuwait e Lega Araba (organizzazione che riunisce alcuni paesi del Nordafrica e quelli della Penisola araba) hanno più risolutamente indicato nelle politiche israeliane nei confronti dei palestinesi le cause dell’attuale situazione e della violenza.
Particolarmente attesa per le implicazioni politiche era la reazione ufficiale dell’Arabia Saudita. Il principe ereditario Mohammed bin Salman ha detto in un’intervista a Fox News che «ogni giorno ci avvicina a questo obiettivo». L’Arabia Saudita in un comunicato dopo gli attacchi ha chiesto «un’immediata fine delle violenze fra un certo numero di fazioni palestinesi e le forze di occupazione israeliane».
Ma il dato allarmante riguarda l’Europa. Alcuni governi occidentali hanno denunciato un aumento dell’odio antisemita nei loro paesi. Sui social circolano le immagini di persone che hanno festeggiato quanto accaduto nei pressi di Gaza. Manifestazioni di sostegno alla recente aggressione nei confronti di Israele sono avvenute anche in Germania. Sabato 7 ottobre, primo giorno dell’irruzione, la polizia di Berlino ha segnalato la circolazione, sui social, di “immagini che mostrano persone intente a celebrare gli attacchi contro Israele distribuendo dolci da forno” a Berlino.
A Londra poche decine di persone hanno suonato clacson e sventolato, festanti, le bandiere della Palestina. Nella serata di martedì 9 ottobre, sempre nella capitale del Regno Unito, alcune persone hanno lanciato una bombola del gas contro la vetrina di un ristorante kosher, frantumandola. Con il termine kosher si intende la preparazione del cibo in base alle regole alimentari stabilite dalla Torah, testo sacro per la religione ebraica. Poco vicino alla vetrina frantumata, con una bomboletta è stato scritto “Palestina libera” e “la Palestina sarà libera”.
E anche in Italia, si è scatenata la polemica. Il gruppo che sostiene la squadra di calcetto del liceo Manzoni di Milano chiamato Kurva Manzoni avrebbe pubblicato sulla sua pagina Instagram una storia che arrecava la scritta “Quant’è bello quando brucia Tel Aviv”. Anche il Collettivo “a112” del liceo meneghino Setti Carraro, è stato accusato di vicinanza ad Hamas per aver pubblicato la stessa immagine con l’aggiunta dello slogan “La Palestina vive, la resistenza vive”. E ieri a Milano, a piazza dei Mercanti, alcune centinaia di persone si sono radunate per manifestare solidarietà alla causa palestinese. Tra i cori anche “intifada fino alla vittoria “, scandito dai giovani di “Cambiare rotta”, che si sono uniti al presidio organizzato dai Giovani palestinesi in Italia.
Numeri e parole che evidenziano una polveriera pronta ad esplodere, capace di unire la questione religiosa, quella economica e sociale.
Da un lato, frange della politica di estrema sinistra, da sempre filo-palestinesi; dall’altro, migranti non integrati che tra la cittadinanza dei paesi che li hanno accolti e l’appartenenza religiosa preferiscono la seconda; e da ultimo, esponenti di certa cultura e di certo giornalismo. Abbiamo letto e ascoltato le dichiarazioni del professor Orsini (“Colpire Netanyahu, dittatore sanguinario con sanzioni e mandato d’arresto), dell’ex grillino Di Battista, di Chef Rubio (“gli israeliani sono suprematisti accecati dalla folle dottrina sionista”), Rula Jebreal, Fiorella Mannioia, lo stesso Zaki (“Netanyahu serial killer”).
Potrebbe essere questo il brodo di coltura per futuri sommovimenti radicali da noi? Se consideriamo che in Italia (dati del Pew Research Center) i musulmani sono circa 2,7 milioni, ovvero il 4.9% della popolazione residente, l’ipotesi non è peregrina. Certo, non tutti sono estremisti, ma se la guerra dovesse durare ed estendersi, si creerebbe nella sostanza un fronte compatto, fatto di convergenza culturale, appartenenza, identità religiosa, disagio sociale, sintonia, destabilizzando ogni istituzione.
Tornano alla mente proprio ora le parole del cardinale Biffi: “C’è immigrazione compatibile con i nostri valori e immigrazione incompatibile”, alludendo all’Islam. Un argomento che specialmente la sinistra non ha mai voluto approfondire.



