Saluto romano, ecco a chi giova evocare fantasmi

mercoledì, 10 Gennaio 2024
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Il saluto romano è ancora, in questi primi giorni del 2024, la nuova-vecchia arma polemica agitata dalla sinistra di opposizione contro la destra di governo.

Verrebbe da dire che in fondo non c’è nulla di nuovo sotto il sole. Perché ogni anno, il 7 gennaio, in occasione della ricorrenza dell’eccidio di via Acca Larenzia, dove nel 1978 morirono tre giovani missini (due per mano di terroristi di sinistra, uno per un colpo di pistola esploso da un ufficiale dei carabinieri), in tale giorno carico di tristi memorie, scoppia regolarmente la polemica politica intorno alle braccia tese che si levano da giovani e meno giovani durante le annuali manifestazioni commemorative.

Quest’anno però la polemica è assai più furiosa. Tutto il gruppo Pd della Camera, con Elly Schlein in testa, ha firmato un’interrogazione ai ministri Matteo Piantedosi e Carlo Nordio. Mentre il M5S, da parte sua, ha presentato un esposto alla Procura della Repubblica di Roma per accertare se sia stato commesso il reato di apologia di fascismo. Il saluto romano è anche il primo argomento dei talk show su La7 (quelli di Lilly Gruber e di Giovanni Floris) e su Retequattro ( quello di Bianca Berlinguer). E, “dulcis in fundo”, il saluto fascista è anche l’argomento principe de “la Repubblica” del 9 gennaio: una allarmante prima pagina con il titolone “Adunata nera” e tre cupe pagine interne.

Bersaglio di tutto questo spiegamento di forze è, manco a dirlo, Giorgia Meloni. «Non ha niente da dire?», le chiede in tono di rimprovero la Schlein in un tweet. L’invito è sempre lo stesso, noiosamente banale: la leader di FdI condanni certe manifestazioni e dimostri di aver reciso ogni vincolo col “passato neofascista”.

Figuriamoci se la premier può farsi tirare per la giacca dalla leader Pd su temi tanto delicati come la memoria degli anni Settanta (all’epoca dei fatti di Acca Larenzia, Giorgia aveva peraltro un anno di età) e gli ideali del proprio ambiente politico di provenienza. Altro che saluto romano, la lontananza dalla teoria e dalla prassi dell’estrema destra, Meloni la sta dimostrando nella collocazione scelta in Europa per FdI e nella politica moderata e pragmatica seguita in tema di immigrazione, tema che, come sappiamo, ispira da sempre la retorica dei movimenti neofascisti e neonazisti.

Ma tutto ciò evidentemente non basta a quelle forze che puntano ancora a polemizzare con la destra odierna in nome del passato. Ogni occasione è buona. E quella offerta dal saluto romano è a dir poco ghiotta.

I motivi di questa insistita polemica sulle “radici neofasciste” della destra sono diversi. Il primo, evidente a tutti, è che il richiamo al passato è un chiaro espediente cui ricorre normalmente chi è a corto di argomenti politici.

Il secondo, più sottile, è che la recriminazione sulle “origini” della destra odierna rappresenta un aspetto della polemica “antropologica” che la sinistra italiana rivolge da sempre agli avversari: poiché il fascismo sarebbe la manifestazione più eclatante del “male” italiano (il richiamo è all’ “Autobiografia della nazione” secondo Piero Gobetti), solo la sinistra antifascista può dirsi realmente immune da questa “malattia” e può quindi distribuire patenti di legittimità democratica agli altri soggetti. Non a caso, nel già citato numero della “Repubblica”, Lirio Abbate si richiama a Umberto Eco per dire che occorre smascherare il “fascismo eterno” e «puntare l’indice su ognuna della sue nuove forme». E già perché il «fascismo può ritornare anche senza campi di concentramento».

Il terzo motivo di questa ricorrente polemica sul saluto romano e sulle “radici” di FdI è di tipo più specificamente politico-ideologico e dipende dal fatto che, un cattivo rapporto con il passato, non ce l’ha in realtà la destra bensì la sinistra. E sì perché, se a destra il fascismo è stato oggetto di riflessione, anche lacerante (pensiamo soltanto al congresso di Fiuggi), viceversa a sinistra, il comunismo, è stato oggetto di rimozione. Dopo la Bolognina, quando il Pci, all’indomani dell’implosione dell’Urss, prese atto che non aveva più senso definirsi “comunisti”, dopo quel pur cruciale passaggio storico, nella sinistra dei  vari Pds, Ds e infine Pd,  la parola “comunismo” è pressoché scomparsa. Al suo posto, per definire gli orrori commessi in quella fase storica, si parla infatti di “stalinismo”, mai di “comunismo”.

Invocando l’antifascismo, la Schlein e i suoi compagni eludono una domanda per loro imbarazzante: perché, se sono autenticamente democratici, non riscoprono anche il valore dell’anticomunismo? In fondo, anche questa è una domanda al di fuori dell’odierna temperie storica, tant’è che nessuno, da destra, gliela rivolge. Anche qui, se vogliamo, ci troviamo davanti a una differenza di “antropologia”. O, per meglio dire, di “stile”.

 

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