Nuova vita per “L’Arc de Triomphe empaquete”.
I materiali utilizzati per creare l’ “Arco di Trionfo impacchettato”, l’ultima opera di Christo e Jeanne-Claude del 2021, saranno riciclati e riutilizzati in occasione dei prossimi Giochi Olimpici e Paralimpici di Parigi.
Lo ha reso noto l’amministrazione comunale della capitale francese.
Il progetto sarà portato avanti grazie alla collaborazione con l’organizzazione “Parley for the Oceans”, una rete ambientale globale che collabora a iniziative basate sulla creatività e l’ecoinnovazione.
«Grazie all’organizzazione “Parley for the Oceans” – ha spiegato la sindaca Anne Hidalgo – il tessuto e le corde saranno riciclati in strutture d’ombra, tende o barnum per i nostri prossimi importanti eventi a Parigi, Questo è un ottimo esempio della capacità del mondo dell’arte di adattarsi alle sfide climatiche».
L’ “Arc de Triomphe empaquete” fu il primo progetto che la coppia di artisti aveva ideato più di 60 anni fa e anche l’ultimo atto della loro carriera.
Ma purtroppo né Christo e neanche Jeanne-Claude poterono vedere l’opera compiuta.
Esposta al pubblico dal 18 settembre al 3 ottobre del 2021 l’”Arco di Trionfo impacchettato” fu realizzato secondo le disposizioni dettagliate lasciate dai suoi creatori.
L’Arco napoleonico che troneggia alla fine degli Champs Elysées, ispirato a quelli dell’Antica Roma, fu ricoperto da 25.000 metri quadrati di tessuto in polipropilene azzurro argentato e 3.000 metri di corde rosse.
La creazione di Christo e Jeanne-Claude nacque già come un progetto ecologico. Infatti, i tessuti utilizzati erano di materiale riciclato.
Un esempio di attenzione per l’ecosostenibilità, a volte sottovalutata nel mondo dell’arte contemporanea.
I lavori di preparazione dell’installazione, uno dei momenti più spettacolari, durarono mesi. Squadre di tecnici su impalcature, dall’alto srotolavano i drappi che avrebbero cinto tutto il famoso arco.
Alla presentazione del progetto, due anni prima di morire, Christo affermò che l’Arco sarebbe sembrato “Come un oggetto vivente che si animerà nel vento riflettendo la luce. Le pieghe si muoveranno, la superficie del monumento diventerà sensuale. La gente avrà voglia di toccarlo”.
Il costo dell’installazione, completamente autofinanziato, fu di 14 milioni di euro e sostenne il progetto anche il Centro Pompidou.
Nel destino dell’installazione era già segnato il suo riutilizzo. Altre parti della sottostruttura sono già stati riutilizzati da una cooperativa di falegnameria e da produttori di acciaio.
Cyrill Gutsch, fondatore e CEO di “Parley for the Oceans” è entusiasta dell’iniziativa: “Creeremo tende progettate per proteggere la vita umana dalle pericolose ondate di caldo. Lo so per certo, insieme possiamo creare una nuova economia in cui le pratiche commerciali dannose, tossiche e di sfruttamento sono una reliquia del passato”.
Vladimir Yavachev, nipote di Christo e direttore del progetto “Arc de Triomphe empaquete” ha ricordato che: “Un impegno costante di Christo e Jeanne-Claude è stato quello di riutilizzare e riciclare tutti i materiali utilizzati nei loro progetti. Non riesco a pensare a niente di più appropriato che riciclare questa opera d’arte per un uso futuro a Parigi, una città così influente sulla vita e sul lavoro di Christo e Jeanne-Claude”.
Infatti, non solo proprio a Parigi realizzarono alcuni dei loro lavori più celebri ma, la città aveva un posto unico nelle loro vite.
Christo arrivò a Parigi nel 1958, come rifugiato politico dalla Romania. Nella capitale francese conobbe Jeanne-Claude, che sarebbe poi diventata sua compagna di vita e di lavoro e qui vissero, fino al trasferimento, nel 1964, a New York.
Come l’ “Arco di Trionfo impacchettato”, spesso le opere effimere di Christo furono già ideate e create per essere successivamente riciclate.Ricordiamo ad esempio, la famosa The Floating Piers (2014-2016), la passerella galleggiante costruita sul Lago d’Iseo.
Ogni tanto possiamo applicare anche al mondo dell’arte il famoso detto del chimico Antoine-Laurent Lavoisier, “Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma”.
Sofia Barilari



