Abruzzo, il “fortino” FdI resiste all’assalto di Schlein e compagni. Marco Marsilio , candidato meloniano, è confermato governatore e batte il candidato del “campo largo”, Luciano D’Amico che si ferma al 46,4. Una vittoria netta che rafforza sia la premier Giorgia Meloni sia la maggioranza di centrodestra, in ragione della forte valenza politica attribuita a questo voto (l’Ohio italiano è stato definito l’Abruzzo in queste settimane di spasmodica campagna elettorale).
Il governatore riconfermato esulta. «Scritta la storia. Il campo largo non è il futuro», ha dichiarato Marsilio stappando una bottiglia di spumante. Il suo non è solo un successo politico ma personale. La propaganda avversaria lo ha subissato di attacchi. Hanno detto che non viveva in Abruzzo perché la sera tornava a Roma. Che aveva operato tagli selvaggi al sistema sanitario regionale. Che non era capace di amministrare la Regione. L’elettorato non ha dato retta a queste accuse e lo riconfermato presidente con sette punti di distacco dal suo avversario. Nel 2019 Marsilio fu eletto senza arrivare al 50% nel 2024 ha superato il 53.
L’altra grande vincitrice di queste elezioni è Giorgia Meloni. La prospettiva della “remuntada” del centrosinistra è definitivamente scongiurata. Nelle settimane scorse s’era parlato di un possibile effetto Sardegna sul voto in Abruzzo, che avrebbe propiziato altri successi dell’opposizione nelle Regionali dei prossimi mesi (Basilicata e Piemonte) cambiando “radicalmente” il clima politico nazionale. Così non è stato. La premier è più salda che mai alla guida del governo. Dove può forse scaturire qualche tensione è nel fatto che Forza Italia ha abbondantemente superato la Lega nel voto di lista (13,26 a 7,6), con FdI primo partito (24,05). Un Salvini indebolito può essere sempre una mina vagante. Ma è un copione che abbiamo già visto nei mesi scorsi. E il rafforzamento della Meloni può spegnere ogni velleità di rivalsa.
La forte politicizzazione del voto in Abruzzo si ritorce ora contro l’opposizione. Questa consultazione rappresentava anche un piccolo esame per il “campo largo”, anzi “larghissino”, visto che la coalizione che sosteneva D’Amico andava dall’ex terzo polo del (fu) binomio Renzi-Calenda alla sinistra dell’accoppiata Fratoianni-Bonelli passando per il Pd e il M5S. Il risultato è stato deludente. Non basta dire “uniti si vince” per poi vincere realmente. Non basta andare tutti contro la Meloni per costruire una vera alternativa di governo. Occorrerebbe una vera sintesi culturale e politica, cosa che non è ancora alle viste a sinistra. Tant’è che le distanze e i sospetti tra i partiti dell’opposizione rimangono inalterati. E per certi versi si acuiscono, in particolare tra la Schlein e Giuseppe Conte. Se il Pd ottiene un lusinghiero 20,39 %, il M5S precipita dal 18,4 delle Politiche al 6,48 di queste Regionali. Quanto basta per rendere ancora più bizzoso il leader pentastellato nei confronti dell’alleata-rivale.
Ora la Schlein deve ripartire dalla casella zero come al gioco dell’oca. Il centrosinistra non è riuscito a mobilitare il suo elettorato più ampio, segno della debolezza della sua proposta politica. L’obiettivo della Schlein e dei suoi alleati era quello di recuperare sugli indecisi, contando sull’effetto “psicologico” del risultato in Sardegna. È stato invece un flop assoluto. L’affluenza al voto è risultata del 52,2% , leggermente inferiore al 2019.
Ci sarà naturalmente tempo per esaminare nel dettaglio i motivi, strettamente regionali, del successo di Marsilio. Sembra che abbia convinto gli elettori l’argomento di Marsilio di lavorare all’obiettivo primario di far recuperare all’Abruzzo le sue storiche carenze infrastrutturali, un argomento peraltro valorizzato dalla decisione del governo sbloccare i fondi per il raddoppio della linea ferroviaria Roma-Pescara. Il tentativo di realizzare collegamenti più rapidi e sicuri è un argomento che fa da sempre breccia nell’opinione pubblica abruzzese.
Ha ragione in ogni caso il governatore riconfermato quando sottolinea il dato storico del risultato di stanotte. Questa vittoria in Abruzzo dimostra che la destra dispone oggi di una classe di amministratori all’altezza. Non è poco per un partito accusato di essere troppo “ideologico” e poco adatto nella gestione dei problemi quotidiani della gente.



