Effetto-Abruzzo. Il Campo non deve essere “largo”, ma “coeso”.
Con questo gioco di comunicazione la Meloni, con ironia e un pizzico di perfidia, nel nome dell’omogeneità culturale e programmatica del suo schieramento, ha respinto al mittente la narrazione e l’impostazione politica che, dopo il risicato successo sardo, era diventato l’auspicato mantra del centro-sinistra, ossia della serie, “il vento gira” e “il cambiamento è ripartito”.
Tradotto, alla luce dei numeri veri, le ammucchiate “antifasciste” non premiano. Vincono le idee, i programmi e il buon governo. Ergo, il vento non ha girato in Abruzzo, il cambiamento ha ancora il segno del centro-destra e in particolare, di Marsilio, governatore uscente (un precedente inconsueto per la Regione che, come regola, non ha mai confermato chi ha governato nella legislatura precedente al voto).
Se in Sardegna non ha vinto il centro-sinistra, ma ha perso di fatto il centro-destra (la rinuncia all’autonomista Salinas, ammissione del suo malgoverno, e l’imposizione di un sindaco Fdi vs la Lega, non amato e perdente già nella sua Cagliari, come Truzzu), centro-destra che ha avuto comunque più voti considerando il consenso della coalizione, in Abruzzo, invece, il verdetto è stato chiaro e lampante.
Cosa dimostra, infatti, il voto che ha visto vincente Marsilio? Che se (il versante dell’opposizione), c’è un candidato governatore grillino il centro-sinistra prevale; se, invece, c’è un candidato dem, come il caso di Luciano D’Amico, il Pd avanza, ma la coalizione perde. Un ottimo spunto per far riflettere Conte, a proposito del primato dentro il centro-sinistra e del mastice a sinistra. E delle future manovre per arrivare all’unità di tutti “contro le destre”.
Ma se il centro-sinistra piange e si lecca le ferite, il centro-destra non ride. Domenica ha visto Fdi ribadire la cannibalizzazione a discapito dei suoi alleati. Fi, dal canto suo, ha tenuto, anzi è cresciuta (il 13%), evidenziando che la conquista del centro, al momento in Italia, è azzurra e non “renziana” o “calendiana”. Un ruolo che Fi ha svolto da protagonista, contribuendo concretamente alla vittoria dell’intero schieramento.
Salvini ora, ha tanti problemi. Il suo partito ha tenuto (7,4%), malgrado ogni lettura e aspettativa faziosa della sinistra. Ma è indubbio che sia stato scavalcato da Tajani e le precedenti percentuali siano unicamente un triste ricordo seppellito e frustrato. In Abruzzo Matteo Salvini ha visto sparire più di 121.000 voti tra le regionali del 2019, vinte a man bassa in quella tornata elettorale (27%), e quelle del 10 marzo. Sperava che la Lega andasse almeno in doppia cifra e invece si è fermata a un modesto 7,4%, raccogliendo 43.780 preferenze contro le 165.000 di cinque anni fa.
E adesso che ne sarà di Salvini? Ha due strade: o insiste, pure in vista delle prossime europee, nella sua caratterizzazione sovranista doc, con i Vannacci e gli Orban, o tentando di rappresentare quel dissenso da destra alla Meloni (il fideismo filo-Usa, filo-Atlantico, filo-Zelensky, filo-Bruxelles etc), o torna sui suoi passi, riallineandosi alle posizioni originarie (“sovranismo padano”) incarnate dai governatori del Nord, modello-Zaia, che non perdono occasione per criticare l’attuale segreteria.
Una segreteria che, una cosa è certa, ha i giorni contati.



