Europee, Meloni si candida. E attacca i burocrati del Green Deal 

domenica, 28 Aprile 2024
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Europee, la Meloni ha rotto gli indugi e, dalla convention di FdI di Pescara, dichiara l’intenzione di candidarsi alle elezioni. «Siamo di fronte a una battaglia decisiva. Tutti devono essere pronti a fare la loro parte e io, come sempre, farò la mia. Ho scelto di scendere in campo per guidare le liste di FdI in tutti le circoscrizioni elettorali».

Era un annuncio a lungo atteso. E la premier sceglie di farlo dopo gli annunci degli altri leader e giocando sapientemente con la suspense. Un effetto ben studiato, perché la Meloni alza la posta e decide di personalizzare la sfida: con la sua candidatura alle Europe, la premier invita gli elettori a  una sorta di referendum sul governo: «Lo faccio perché voglio chiedere se gli italiani sono soddisfatti di quello che abbiamo  fatto in Europa e in Italia».

La Meloni si dimostra sicura del fatto suo e punzecchia Elly Schlein proprio sul tema delicato del gradimento dei rispettivi partiti alla scelta di candidarsi: «Per fortuna, visto che non sono la segretaria del Partito democratico, confido nel fatto che il mio partito mi darà una mano in questa campagna elettorale».

La premier personalizza a tal punto la contesa per le Europee da chiedere agli elettori che la voteranno di scrivere il suo nome di battesimo sulla scheda, richiamandosi chiaramente alle parole chiave con le quali partì la sua parabola ascendente, “Io sono Giorgia”: «Io sarò sempre fiera di essere una persona del popolo. Allora, se volete dirmi che credete in me, fatelo scrivendo sulla scheda il nome Giorgia. Sono sempre una persona a cui dare del tu».

Quanto al contenuto programmatico di questa sua candidatura, la leader di FdI non vellica più di tanto gli umori del sovranismo euroscettico, visto che non fa il minimo cenno alle recenti polemiche sul Patto di stabilità e sorvola tranquillamente l’astensione degli eurodeputati del centrodestra sulla  riforma delle regole di bilancio.  E in questa scelta “europeista” si richiama sapientemente al passato della destra. «Non abbiamo mai professato l’antieuropeismo. A votare a favore dei Trattati di Roma, nel 1957,  c’erano anche i deputati del Msi». La Meloni sta bene attenta a non farsi schiacciare sulle posizioni estreme del nazionalismo. Si limita solo a ribadire il suo vecchio cavallo di battaglia del modello confederale, quello cioè dell’«unione degli Stati sovrani».

Con questo non si può però dire che il discorso della premier sia un discorso “soft”. La Meloni riesce a mantenersi in equilibrio tra la necessità di rassicurare l’opinione pubblica moderata e quella di raccogliere il massimo del consenso possibile, condizione essenziale per contare in qualsiasi modo dopo la tornata delle Europee.

Alla Meloni non piace l’Europa così com’è e decide di mordere l’establishment nel punto in cui sa che può trovare grandi consensi: l’ideologia green, che di fatto è oggi, accanto all’ortodossia finanziaria, l’ideologia di potere nella Ue.

La premier attacca senza remore il «Totem» del Green Deal. «Ci siamo battuti contro le follie ideologiche di questi anni», a partire dall’ «idiozia suicida» che promuove con decisione l’elettrico ignorando che tale tecnologia viene prodotta «in Paesi che non tengono conto della compatibilità ecologiche».

La Meloni reclama un «approccio pragmatico» nelle scelte europee riguardo alla “transizione” verde. «Solo burocrati chiusi in un palazzo di vetro» possono pensare di imporre in pochi anni un salto di classe energetica per le abitazioni. «Chi paga? I cittadini», i quali stanno già pagando «un altro efficientamento energetico, quello del superbonus, la più grande patrimoniale al contrario fatta in Italia, dalle classi più povere alle classi più ricche». È per questo che «la sinistra va così forte nei quartieri ricchi».

Per quello che riguarda il dopo Europee, la Meloni dichiara di non essere disposta a compromessi né di entrare in «maggioranze innaturali» a Bruxelles. L’obiettivo è quello di «creare una maggioranza di centrodestra e di mandare la sinistra all’opposizione».

Va da sé che tra il dire e il fare c’è sempre di mezzo il mare. Tutto dipenderà dai rapporti di forza che si stabiliranno dopo il 9 giugno. Il traguardo minimo è quello di far contare di più i conservatori dell’Ecr a Bruxelles. Alla fine, tutto dipenderà dai numeri. Ed è questa la grande preoccupazione odierna della Meloni: ottenere di più per contare di più. Tutto il resto è politica da tavolino. Per Giorgia è un dibattito «surreale» quello di stabilire prima del voto chi presidierà la Commissione di Bruxelles. Le quotazioni della sua “amica” Ursula von der Leyen  appaiono in ribasso e la Meloni si tiene saggiamente le mani libere.

 

 

 

 

 

 

 

 

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