Trump, come sappiamo, è già al lavoro (oltre alla veloce formazione della squadra) per mantenere le promesse elettorali non da poco: una nuova età dell’oro economica, fermezza contro l’immigrazione con fatti concreti e la pace in Ucraina e a Gaza.
Tre scommesse che se vinte lo porterebbero indubbiamente ai vertici della leadership mondiale, ridisegnando scenari nuovi, inaspettati (il mondo multipolare auspicato dai Brics), e ridefinendo tutti i rapporti geopolitici, geo-economici e militari tra gli Stati che contano.
Una speranza e una preoccupazione in più per chi, dalla Ue alla stessa Italia, ha pensato solo a consolidare gli attuali rapporti di forza, l’attuale status quo internazionale (atlantista, filo-Bruxelles, filo-Kiev etc).
Per non parlare degli incombenti dazi doganali e del nuovo sicuro scontro con la Cina.
Ma tra capi pragmatici (lui, Putin, Xi Jinping), è noto, la possibilità di intese, dopo spallate preliminari, è sempre possibile. Meglio del buonismo umanitario o delle utopie ideologiche che generano confusione, posture ambigue e conflitti basati su logiche da vecchia guerra fredda, tipo l’esportazione della democrazia, che mira unicamente ad assolutizzare il modello liberal-parlamentare, inteso come faro esclusivo ed indiscutibile di civiltà, da esportare e imporre urbi et orbi.
Una cosa è certa: l’Unione europea dopo Trump, o cambia o perisce.
E fa una certa pena vedere la sinistra che ancora gufa sul voto Usa, sul domani della Casa Bianca o si affida ancora all’eventualità di inchieste penali che possano bloccare legalmente il tycoon prima dell’insediamento.
E’ la trita e ritrita, nonché fallimentare, “via giudiziaria al potere” in luogo delle vittorie alle urne, che nemmeno da noi funziona più (si veda in Liguria).
Ma veniamo a Trump.
Nei primi cento giorni (la famosa luna di miele) ha detto che inizierà le deportazioni (“le persone che hanno ucciso, i signori della droga che hanno distrutto interi paesi, torneranno in quei paesi, perché non rimarranno qui. E non è una questione di prezzo”, tesi quest’ultima forte, per confutare l’obiezione che la criminalità farebbe il Pil).
C’è poi, la questione delle estrazioni di petrolio (una scelta da riprendere nel quadro di una nuova politica energetica), e appunto i dazi sulle importazioni, del 10-20% sulle merci provenienti da tutti i paesi del mondo e del 60-100% sui prodotti cinesi.
Nel pacchetto economico pure il taglio delle tasse che per Trump “sarà il più grande della storia”.
Ma veniamo al piano per la pace in Ucraina. Già sono usciti i primi dettagli.
Sia per Gaza che per Kiev, Trump ha il medesimo problema: contemperare gli umori filo-palestinesi della società americana e l’alleanza storica con Israele e, in secondo luogo, riprendere i rapporti con Mosca, con un Occidente che intende gradualmente abbandonare.
Anche perché il suo protezionismo non sarà soltanto economico, ma militare. Tradotto, l’America non vorrà più fare il gendarme del mondo.
Il piano del tycoon è semplice: portare Putin e Zelensky allo stesso tavolo, congelare l’attuale situazione bellica, far cessare immediatamente le ostilità, a patto che Kiev non aderisca per 20 anni alla Nato, in cambio sempre di armi a Kiev come deterrenza. E infine, una zona-cuscinetto tra Kiev e il Donbass, per arrivare a una sorta di zona franca, modello Tirolo, o fortemente autonoma. Quattro ipotesi molto pratiche che raggiungerebbero l’obiettivo di “far vincere” entrambe le parti.
Mentre per Gaza, dovrà ripartire dagli accordi di Abramo per stabilizzare il Medioriente a egemonia sunnita, ridimensionando l’area scita.
Col figlio della Scià Reza Ciro, suo amico, arma da usare al momento opportuno.


