La Francia politica sprofonda nel caos. Il governo presieduto da Michel Barnier è stato sfiduciato ieri sera dai voti convergenti del Rassemblement National di Marine Le Pen e del Nouveau Front Populaire di Jean-Luc Mélenchon sulla mozione di censura presentata dalla sinistra.
Di per sé non sarebbe un fatto traumatico (anche se era dal 1962 che il Parlamento francese non sfiduciava un governo). Il problema, tragico, è che non ci sono al momento vie d’uscita. Perché la soluzione più logica in questi casi, le elezioni anticipate, non è percorribile, dal momento che la Costituzione francese vieta che si possa rivotare prima di un anno dalle precedenti elezioni (l’attuale Parlamento è stato eletto poco più di quattro mesi fa).
Il presidente Emmanuel Macron ha promesso che entro 48 ore ci sarà un nuovo governo. Circolano già nomi di possibili premier: uno è l’attuale ministro della Difesa, Sébastien Lecornu, l’altro è il leader centrista François Bayrou, vecchio arnese, quest’ultimo, della politica transalpina, un personaggio che riesce sempre a rimanere sulla cresta dell’onda. Tecnicamente sarebbero possibili entrambe le soluzioni, visto che la Costituzione non prevede il voto di fiducia: possono operare anche governi di minoranza. E ciò in virtù del primato che la Quinta Repubblica conferisce al potere esecuto rispetto a quello legislativo.
Ma anche nella Francia del semipresidenzialismo non si può esagerare. Perché non s’è mai vista l’anomalia di tre governi nell’arco di un anno: Gabriel Attal dal gennaio 2024 (è durato 8 mesi), Michel Barnier da settembre (ha operato per 3 mesi, un vero record) e ora, non sappiamo da quando, un premier non ancora identificato. I mercati si sono già innervositi e lo spread sta salendo vistosamente, anche perché il nuovo governo dovrebbe varare una problematica Finanziaria mentre la Commissione Ue sta già bacchettando Parigi. È chiaro che un nuovo governo, per evitare guai, dovrà necessariamente contare su una base più solida, non tanto numericamente quanto politicamente.
Questa sera il presidente Macron parlerà alla Nazione. Tirerà fuori un coniglio dal cilindro? È improbabile, vista la paurosa caduta della sua popolarità. Ma ancora più improbabile è che l’inquilino dell’Eliseo possa annunciare le sue dimissioni, una ipotesi da più parti ventilata. Secondo alcuni, tale soluzione potrebbe permettere di superare l’impasse, perché solo elezioni anticipate per eleggere il nuovo presidente della Repubblica potrebbero permettere elezioni per il nuovo Parlamento prima della scadenza di un anno. Ma, a quanto se ne sa, non è aria che ciò avvenga.
Una inattesa scialuppa di salvataggio a “monsieur le President” è incredibilmente arrivata ieri sera dall’arcinemica Le Pen, la quale, a differenza del suo dirimpettaio di sinistra Mélenchon, non ha affatto chiesto le dimissioni di Macron. La leader di RN ha dichiarato che «lascerà lavorare il prossimo premier» e che «contribuirà alla stesura delle legge finanziaria».
Questa mossa di Marine ha spiazzato molti osservatori, soprattutto quelli che hanno descritto una Le Pen interessata a far cadere Barnier per indurre Macron a dimettersi. E tutto ciò al fine di sfuggire ai suoi guai giudiziari e potersi ricandidare il prima possibile alle Presidenziali.
Evidentemente la leader della destra francese ha un altro progetto in mente. Ne sapremo qualcosa di più nei prossimi giorni. Sicuramente si tratta di una mossa astuta, un’azione volta ad accrescere il peso politico del Rassemblement National. Per la prima volta, nella storia francese, l’estrema destra, contro cui è stato recentemente steso un “cordone sanitario”, può diventare arbitra della situazione politica. Scusate se è poco.



