La Germania è arrivata in questi giorni al punto più alto del suo dramma politico. La caduta del governo di Olaf Scholz in Parlamento comporterà lo scioglimento anticipato del Bundestag e lo svolgimento di elezioni politiche il prossimo febbraio.
Siamo al culmine, non solo del dramma politico tedesco, ma anche di quello, più ampio, che riguarda l’Europa: proprio mentre, a Berlino, cadeva il governo “semaforo”, a Parigi il primo ministro designato Francois Bayrou avviava le trattative per formare il suo governo (di minoranza). L’aspettativa generale è che questo esecuto in gestazione non duri oltre il luglio prossimo, quando cioè sarà possibile tenere nuove elezioni legislative in Francia, misura necessaria per risolvere la frammentazione del Parlamento transalpino che è uscito spaccato in tre tronconi dalle consultazioni anticipare volute da Emmanuel Macron dopo le Europee del giugno scorso.
Questa crisi in Germania e Francia fa risaltare in contrapposizione (ed è il riferimento più frequente nei commenti politici di questi giorni) la stabilità del governo di Giorgia Meloni in Italia. È assai diffusa la sensazione che la nostra premier sia chiamata a giocare un ruolo di peso nella formazione dei nuovi equilibri tra Europa e Usa nei primi mesi del 2025, quando la nuova amministrazione di Donald Trump si troverà di fronte una Berlino in piena transizione politica e una Parigi alla disperata ricerca di un nuovo centro di gravità permanente. E sarà proprio in quei mesi che, secondo una battuta che circola in questo periodo, il “numero di telefono” dell’Europa a disposizione della Casa Bianca sarà proprio quello di Giorgia Meloni (la metafora del numero telefonico dell’Europa è di vecchio conio e appartiene a Henry Kissinger).
Soddisfazione nazionale a parte, l’Italia è comunque interessata all’evoluzione politica dei due più importanti membri dell’Ue. In particolare, dell’evoluzione in Germania. E questo non solo perché parliamo del più grande Paese europeo ma anche perché, a differenza di Parigi, Berlino pare comunque destinata a recuperare la sua stabilità politica nel corso della prossima primavera.
Queste almeno sono le previsioni più accreditate se, come appare probabile, il vincitore delle elezioni di febbraio sarà il leader della Cdu, Friedrich Merz, che la maggior parte degli osservatori considera già come il prossimo cancelliere. A differenza di quanto è accaduto con i socialdemocratici di Scholz dentro la “coalizione semaforo” ( i partner erano i liberali e i verdi), i cristiano-democratici di Merz possono realmente diventare un punto di stabilità per qualsiasi alleanza politica sorreggerà il prossimo governo tedesco. La Cdu è un partito in crescita e l’unica formazione capace di arginare l’avanzata di AfD, la cui affermazione ha sensibilmente contribuito a cambiare la geografia politica in Germania negli ultimi anni.
Certo, tutto può sempre accadere. Ma è improbabile che Merz commetta l’errore di Scholz, che si è fatto condizionare più del lecito dai suoi alleati di governo, in particolare dai liberali di Christian Lindner, i quali vengono additati come i principali responsabili, in quanto “custodi” dell’austerità di bilancio, di quella politica economica recessiva che ha causato veri danni alla Germania.
Il rigore estremo nel bilancio federale, l’ossessione del debito, l’opposizione a ogni politica espansiva stanno infatti soffocando l’economia, un’economia che è entrata per il secondo anno in recessione, anche perché non può più contare sull’energia a basso costo che la Russia di Putin garantiva a Berlino prima dello scoppio della guerra in Ucraina.
L’unica strada per ridare fiato all’economia tedesca sarebbe quella di prevedere più debito in bilancio. Ma a una simile ipotesi si è finora opposto con forza Lindner in un braccio di ferro che dura da mesi e che è arrivato a conclusione l’altro giorno con il voto di sfiducia dei liberali al governo. E non a caso, proprio al leader liberale, il cancelliere dimissionario ha riservato le parole più dure, accusando l’ex alleato di «sabotaggio» e di scarsa «maturità morale».
Anche se erede politico della “rigorista” Angela Merkel, il leader cristiano-democratico che si appresta, con ogni probabilità, a governare la Germania dal prossimo febbraio, non pare dal canto suo più intenzionato a rispettare il dogma del freno al debito pubblico che caratterizza tradizionalmente la politica economica tedesca.
Staremo a vedere quello che realmente accadrà. Rimane comunque il fatto che il governo Meloni è spettatore quanto mai interessato del dramma tedesco. Se, effettivamente, un eventuale governo Merz dovesse attuare una politica di maggiore flessibilità di bilancio, le conseguenze non potrebbero che farsi sentire nel resto d’Europa, nel senso che potrebbe essere rivisto l’asfissiante principio dell’equiparazione, nel computo del deficit, tra spese correnti e spese d’investimento, che poi sarebbero generate dal famoso “debito buono” di cui parla Mario Draghi.
Tra i maggiori beneficiari ci sarebbe proprio l’Italia, che da anni subisce l’oppressione del rigorismo di bilancio in salsa protestante-germanica. Quando finiranno i soldi del Pnrr, ci sarà bisogno comunque di più risorse pubbliche per la nostra economia. E, se un vento nuovo dovesse spirare da Berlino, l’aria (politica) di Roma potrebbe sicuramente risultare più frizzante.



