Prodi vs Meloni. Ma chi dei due ha veramente paura dell’altro? Leggere per credere

mercoledì, 18 Dicembre 2024
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Prodi, ovvero l’eterno ritorno. Non è un caso e non a caso la Meloni sul palco di Atreju l’ha attaccato con violenza, definendolo un isterico.
Dietro le ire della premier però, non c’è solo una diagnosi psicologica fine a sé stessa, tanto per galvanizzare la platea, ma molto di più.
E ha a che fare con alcune considerazioni non da poco. Prodi, al di là dell’anagrafe, è l’unico che ha battuto ai punti (ai voti) il centro-destra a guida berlusconiana, evidenziando uno schema che allora si è dimostrato vincente: una sinistra che guarda al centro, capace di aggregare i massimalisti (oggi Avs), i neo-post-comunisti (dal Pds, ai Ds ai Dem), spegnendo ogni loro vocazione maggioritaria (la formula coniata da Veltroni), e appunto, i moderati, i cattolici, i liberal-progressisti etc.
Quel centro che non vira a destra, e che al momento né Renzi, né Calenda sembrano riuscire a unire. Un simil-Prodi, invece sì.
I ragionamenti espressi più volte dal “Professore” sono semplici e lineari: il Pd della Schlein si è troppo spostato a sinistra, magari riuscirà a cooptare, annettere, indebolire i 5Stelle, ma non riuscirà mai a federare i centristi. Da qui il senso e l’obiettivo delle operazioni, degli incontri riservati, dei salotti, degli annunci giornalistici che lo vedono protagonista.
La possibilità di una discesa in campo, subito ridimensionata dal mainstream e dai poteri che contano, di Ernesto Maria Ruffini, la dice lunga su tale piano in fieri.
Altro elemento: la comunicazione tv di Prodi buca lo schermo. Per questo la Meloni ha spostato il tiro, non limitandosi a colpire unicamente la segretaria dem e Landini che si appella alla rivolta sociale.
La verità è che i medesimi argomenti sollevati dalla Schlein rimbalzano come a tennis e annegano come è accaduto finora nella mera schermaglia polemica che conferma il bipolarismo mediatico tra le due donne. Ci riferiamo allo scontro governo-magistratura, alla questione-migranti in Albania e ai futuri rapporti dell’Italia con Trump.
Se, al contrario, “pontifica” Prodi fa male. Non è cosa da poco, definire la Meloni una che “obbedisce” a Trump e a Musk, i quali stanno per varare una sorta di “nuovo regime antidemocratico, basato sul binomio potere politico-potere economico”.
E il motivo è semplice, anche perché per lui il nuovo presidente americano vuole distruggere l’Europa, privilegiando i legami bilaterali con i singoli paesi. Con una domanda logica: “Che farà la Meloni che si è così prostrata ai piedi di Biden, sciorinando un neo-atlantismo fideistico e un eccessivo supporto a Kiev?”.
E ancora: la bocciatura su tutta la linea per quanto riguarda l’Albania (“è un fallimento, una fesseria, un investimento inutile, ha fatto il gioco di Rama che ha detto al mondo di essere lui che aiuta l’Italia e non viceversa”); lo scontro con i magistrati (“applicano la legge, è propaganda, il duello popolo contro giustizia non esiste”); infine, difendendo Mattarella dal premierato (“lei vuole togliere le garanzie al capo dello Stato col suo populismo”).
Tanti indizi che fanno una prova: oltre alle continue ospitate in tv, c’è in fieri la preparazione di un “cantiere” politico cattolico e tanti (troppi) inviti in Vaticano.
Più o meno si tratta del modello che ha portato a vincere la Proietti, una cattolica moderata, in Umbria alle scorse regionali.
In conclusione un dubbio amletico: è solo la Meloni ad aver paura di Prodi, o è Prodi ad aver paura della Meloni? Rovesciando le accuse del Professore, se il premierato viene condiviso, la politica sui migranti andare in porto, la magistratura tornare a cuccia e il rapporto rimodulato col duo Trump-Musk dovesse funzionare, a perdere per sempre sarebbe la sinistra rispetto al nuovo conservatorismo-sovranista “globale”?
Se son rose (s)fioriranno.

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