Giorgia Meloni non sta vivendo giorni facili. Il bombardamento quotidiano di Matteo Salvini e la necessità di fare da ponte tra Europa e Usa la costringono a faticosi esercizi di equilibrismo. L’indisponibilità a inviare soldati italiani sul suolo ucraino, ribadita nell’ultimo vertice dei “volenterosi” a Parigi, è sicuramente una scelta popolare, ma il suo alleato-rivale della Lega può reclamare il dividendo politico che gli spetta.
La posizione della premier s’è fatta ultimamente ancora più delicata a causa delle sparate antieuropee, sempre più irritanti, che escono dalla bocca di J.D. Vance, intemerate alle quali Donald Trump aggiunge il carico da novanta. «Gli europei sono degli scrocconi», ha detto il vicepresidente Usa. «Veri parassiti», gli ha dato manforte l’inquilino della Casa Bianca.
La Meloni non può fare finta di niente, dal momento che europei, fino a prova contraria, siamo anche noi italiani. Un tentativo di mettere una pezza può essere in tal senso considerata l’intervista che la premier ha concesso ieri al “Financial Times” «Devo dire che sono d’accordo», ha detto la Meloni senza contraddire Vance. E poi ha aggiunto: «Lo dico da anni… l’Europa si è un po’ persa». La conclusione del suo ragionamento è che va respinta con fermezza l’idea che l’Italia debba scegliere tra Stati Uniti ed Europa. Una scelta che considera tanto «infantile» quanto «superficiale». Chissà come giudicherà queste parole la sua amica Ursula von der Leyen…
Ma il problema più grosso che la premier dovrà affrontare a breve non sta neanche qui. Sta nella politica dei dazi che Trump applicherà dal 2 aprile prossimo. Diversi settori produttivi italiani rischiano di subire seri contraccolpi, visto che il nostro export negli Usa è il secondo nella classifica dei Paesi europei.
Il settore più colpito rischia di essere l’agroalimentare. Coldiretti ha fatto i conti. E non si tratta di cifre molto rassicuranti. Un dazio del 25% costerebbe quasi 500 milioni alla filiera del vino. Figuriamoci a quanto si arriverebbe se raggiungesse il 200%, come minacciato da Trump. Altri 240 milioni di perdita sono attesi per il settore dell’olio d’oliva, 170 per la pasta, 120 per i formaggi. La preoccupazione per i piccoli imprenditori agricoli comincia a essere seria e molti auspicano vere contromisure nei confronti degli Usa.
È inevitabile che la Meloni esca prima o poi allo scoperto, non foss’altro perché Coldiretti è un notevole bacino di consenso per Fratelli d’Italia. Il presidente dell’associazione, Ettore Prandini, manda già a dire a Giorgia che si aspetta una risposta comune (e dura) dell’Europa al protezionismo trumpiano. Niente furbizie, il presidente degli imprenditori agricoli non crede ai favoritismi a livello nazionale. «Ipotizzare trattative bilaterali è un grave errore, faremmo il gioco di chi vuole dividerci»: questo il messaggio che il presidente degli imprenditori agricoli affida a un’intervista concessa alla “Stampa” di Torino.
Fino a quando Giorgia può rispondere invocando il ricorso alla “diplomazia”? Il ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida, è già saltato sulla barricata in appoggio a Prandini: «I dazi mettono a rischio l’alleanza con gli Usa. Può trattare solo l’Europa». Per il fedelissimo meloniano il ponte transatlantico può dunque crollare da un momento all’altro.
Peraltro, a essere preoccupato non è solo il mondo dell’agroalimentare. Anche altri settori rischiano serie conseguenze dai dazi, come la moda, l’automotive, l’industria farmaceutica. A tutti la Meloni dovrà dare una risposta e una rassicurazione. Non per niente i buoni rapporti con il mondo imprenditoriale sono uno dei punti di forza del consenso di cui gode la presidente del Consiglio.
Insomma, Giorgia dovrà al più presto inventarsi qualcosa. I conigli dal cilindro erano, come è noto, una delle prerogative di Silvio Berlusconi. È probabile che qualche roditore bianco sia rimasto a zompettare per i corridoi di Palazzo Chigi e potrebbe presto fare comodo alla sua attuale inquilina.



