C’è un cuore invisibile che pulsa nelle centrali nucleari europee. Soprattutto dopo il blackout in Spagna. Non è fatto di grafite o uranio, ma di bit, cavi e vecchi server che arrancano dietro al progresso con la dignità di un reduce. Lo chiamano SCADA, un acronimo che sa di guerra fredda: Supervisory Control And Data Acquisition. Ma non lasciatevi ingannare: oggi non sono i reattori a fare paura. Oggi fanno più paura le porte USB.
SCADA è l’anima dei reattori: raccoglie dati, monitora, controlla. È l’occhio che non dorme, la mano che interviene prima dell’uomo. Ma come tutte le anime, anche lui può essere corrotto. Non servono bombe, non servono spie. Basta un malware scritto bene.
Nel 2010, in Iran, un virus chiamato Stuxnet — opera, pare, dei servizi israeliani e americani — si infilò nei sistemi Siemens SIMATIC della centrale di Natanz. I tecnici guardavano i monitor: tutto regolare. Ma intanto le centrifughe giravano al doppio della velocità, fino a distruggersi. Il sistema SCADA mentiva: mostrava dati falsi, mentre eseguiva comandi manipolati. È stato il primo attacco informatico della storia a causare danni fisici in un impianto industriale. Non sarà l’ultimo.
Anche in Europa il pericolo è reale. Nella centrale di Cofrentes, in Spagna, durante una simulazione nel 2021, si è scoperto che un semplice laptop collegato alla rete interna — senza autorizzazione, ma con credenziali trovate online — era in grado di simulare comandi verso le valvole di raffreddamento. Nessun danno, per fortuna. Ma il test è stato archiviato in fretta, per non turbare l’opinione pubblica.
Nel 2022, in una centrale in Francia (nome tenuto riservato), un ransomware è riuscito a bloccare le interfacce HMI di alcune sezioni secondarie, paralizzando per 48 ore la gestione da remoto dei circuiti ausiliari. Nessuna fuga radioattiva, ma l’allarme è suonato forte: il blocco era partito da una mail di phishing aperta da un operatore notturno.
Le centrali nucleari spagnole — Almaraz, Ascó, Vandellòs — non sono caserme. Sono cattedrali elettroniche. Ma la fede cieca nella tecnologia non basta più. I sistemi SCADA che le governano girano su Windows XP Embedded, su server che non si aggiornano da dieci anni perché “se funziona, non si tocca”.
E così ci ritroviamo con impianti di terza generazione gestiti da software della prima. Con operatori che leggono dati filtrati da interfacce progettate vent’anni fa.
E intanto là fuori, nei forum di hacker e nei server di intelligence, qualcuno cerca la chiave per entrare. Non per sabotare. Magari solo per guardare, per studiare. Ma guardare, in un sistema critico, è già troppo.
La domanda non è più se un attacco arriverà.
La domanda è: ce ne accorgeremo in tempo?
Abbiamo costruito le nostre centrali del futuro su fondamenta digitali del passato. Con la solita arroganza tecnocratica che scambia il silenzio dei log per la pace. Ma ogni sistema ha le sue crepe. E i SCADA, questi vecchi generali dell’industria nucleare, oggi sono nudi sotto gli occhi dell’informatica criminale.



