Wimbledon. Sinner, il segreto del campione italiano più “anti-italiano”

lunedì, 14 Luglio 2025
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A me non interessa il valore indubbio e mondiale dell’atleta Jannik Sinner che dopo 138 edizioni, primo italiano, ha vinto l’ambito e glorioso “All England Club”, superando lo spagnolo Carlos Alcaraz, col punteggio di 4-6, 6-4, 6-4, 6-4.
Del suo trionfo a Wimbledon ovviamente, siamo tutti orgogliosi e felici, come italiani e come sportivi. Ma c’è un “ma” che richiama concetti e valori che nello sport e nella vita dovrebbero essere importanti.
Con molta franchezza: non mi convince la sua immagine buona, generosa, sensibile, altruista, a mio giudizio abbastanza costruita. Sinner, lo ha ampiamente dimostrato, è una vera e propria macchina da guerra. Così è il suo tennis, così è la sua grinta e la sua glaciale freddezza. Postura che ha poco a che vedere, infatti, con l’essere latino, empatico, emotivo, creativo. Il suo Dna asburgico parla chiaro (modello “Gustav Thoeni”). Consiglio ai suoi “pianificatori” futuri, visto che con molta disinvoltura elimina i suoi allenatori: non scrivetegli sempre le stesse parole, ogni volta che vince (cita il fratello che salta l’automobilismo, i soliti ringraziamenti retorici allo staff, alla famiglia, senza un’ombra di commozione e partecipazione). E poi, quello “speciale”, commento usato in ogni occasione, anche quando è andato da papa Leone, evidenzia due cose: o si spiega male o si mette lui al centro rispetto ai più blasonati interlocutori.
Durante la cerimonia di premiazione, davanti alla principessa Kate, ha ribadito per intero il suo impacciato imbarazzo (in fondo ha poco più di vent’anni), misto a un pizzico di auto-centratura: non ha fatto il saluto di rispetto istituzionale che si conviene a un’Altezza Reale, saluto riverente che invece ha fatto Alcaraz. Sinner, nel rituale discorso di fine match (microfono in mano sul campo), poi, non ha ringraziato l’Italia, limitandosi solo alla magia di Wimbledon, né tantomeno ha ricordato la vicinanza di Mattarella, mentre Alcaraz ha salutato re Felipe, accorso ad assistere all’incontro, usando parole oggettive e realmente patriottiche: “Sono fiero e onorato della presenza del mio re”.
Beh, una differenza simbolica e comunicativa si è vista. Che sia la presenza della monarchia a migliorare le persone, gli sportivi, elevando e qualificando meglio i riti collettivi?
Sta di fatto che al “patriottismo da fiction tv” non ho mai creduto. Mi riferisco a quello iato tra le parole e i comportamenti concreti. Se si grida “Fratelli d’Italia” o “Siam pronti alla morte, l’Italia chiamò”, non si risponde no alla chiamata di un presidente al Quirinale, dicendo che si preferiscono le vacanze; o si ha la residenza fiscale a Montecarlo (una moda opportunistica, legale, ma senza dubbio poco etica, in confronto ai tanti italiani che pagano le tasse in loco).
Che ci sia qualche ruggine tra Sinner e Mattarella assente ieri? O il nostro capo di Stato era in vacanza?

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