Il Veneto, dove si voterà il 23 e 24 novembre, resta il grande rebus del centrodestra. La certezza, per il momento, è una sola: il candidato alla presidenza sarà ufficializzato solo dopo l’esito delle elezioni regionali nelle Marche. E dunque, ormai ci siamo.
Il nome che circola con maggiore insistenza è quello di Alberto Stefani, 32 anni, vicino a Matteo Salvini. Se fosse lui a correre come candidato governatore, si aprirebbe automaticamente il tema delle suppletive alla Camera, visto che Stefani è deputato in carica. Una variabile che complica i calcoli della coalizione e che spiega parte della prudenza con cui si muovono sia la Lega che Fratelli d’Italia. Stefani, da parte sua, mostra cautela ma non nasconde l’ambizione: «è un momento delicato», dice, rivendicando passione e voglia di rompere vecchie etichette.
Zaia, governatore uscente e leader di riferimento della regione, ha avvertito che «un candidato non leghista sarebbe un problema». Ma Fratelli d’Italia non sembra disposto a mollare la presa sulla poltrona più importante di Palazzo Balbi. Ecco perché il confronto interno alla coalizione resta teso, con reciproche schermaglie e una trattativa sotterranea che si allunga di settimana in settimana.
Sul futuro di Zaia, intanto, si rincorrono voci. Tra le ipotesi circolate, anche quella di un approdo allo sport, con il nome di Giovanni Malagò, attuale presidente del Coni, che guarda già oltre il suo mandato e non avrebbe difficoltà a lasciare il timone a una figura politica di peso. Un’ipotesi suggestiva, che avrebbe dato a Zaia una ribalta nazionale diversa, ma che il governatore non ha preso in considerazione: «Di sport mi occupo solo nella vita privata», ha fatto capire, lasciando cadere un’opzione che non corrisponde al suo profilo e alla sua idea di futuro.
Molto più solido, invece, appare lo scenario dell’effetto domino dentro al governo. Zaia sembra intenzionato soprattutto a tornare a Roma per prendere il ministero dell’Agricoltura, che già ha guidato in passato con successo, sostituendo il cognato d’Italia Francesco Lollobrigida. Lo ha fatto capire con decine di incontri, simposi e convegni nei quali ha lavorato ai fianchi Confagricoltori, Coldiretti e Cia. Gli stakeholder sarebbero già schierati con lui. E Lollobrigida? Non resterebbe a mani vuote: al contrario, aumenterebbe il suo peso politico conquistando la poltrona del Viminale, oggi occupata dal tecnico di area leghista Matteo Piantedosi. Uno schema di rimpasto d’autunno sul quale gli spin doctor di Giorgia Meloni starebbero già lavorando, per limare i dettagli e non scontentare troppo l’alleato leghista.
La prospettiva di un rimescolamento così ampio, che da Venezia arriva a Roma passando per via XX Settembre, agita la coalizione. Da un lato Salvini spinge il suo giovane delfino Stefani, dall’altro Meloni prepara un puzzle in cui la Lega dovrebbe cedere un ministero chiave in cambio di una candidatura forte in Veneto. Nel mezzo, Zaia, l’anti-Vannacci per antonomasia, continua a giocare di sponda, senza scoprire le carte, mentre le voci su un suo futuro ministeriale alimentano tensioni più che certezze.
Sul fronte meloniano arriva intanto la dichiarazione del ministro Adolfo Urso: «La coesione nella scelta del candidato è fondamentale. Se sarà di FdI, ne siamo felici». Una presa di posizione che conferma la partita ancora aperta dentro la coalizione e che mostra la volontà di Fratelli d’Italia di non restare semplice spettatore.
Il mosaico resta incompleto. Zaia non arretra dal suo ruolo di garante della linea leghista, Salvini punta sul suo uomo, FdI non rinuncia alle proprie ambizioni. Tutto dipende dall’esito marchigiano: solo dopo si scioglierà il nodo veneto. Ma i pezzi sul tavolo, a questo punto, non sono solo regionali: lo sguardo è già rivolto al governo nazionale, dove l’effetto domino potrebbe ridisegnare gli equilibri tra Meloni, Salvini e Zaia.
Di Aldo Torchiaro



