Dentro il M5S comincia a tirare una brutta aria. I tre disastri rimediati in fila alle ultime Regionali hanno lasciato il segno. Oggi Chiara Appendino si è dimessa da vicepresidente del Movimento.
La resa dei conti con Giuseppe Conte è rimandata a dopo le elezioni in Campania, dove il candidato governatore è peraltro un pezzo grosso dei pentastellati, Roberto Fico. Ma è comunque evidente che nel M5S il malessere è sempre più profondo e diffuso. Il problema non sta tanto nelle sconfitte in quanto tali, ma in ciò che tali rovesci significano: la politica del campo largo non fa bene al Movimento, perché rischia fatalmente di ridurne i consensi. Gli stress test delle Regionali di questi anni hanno dato lo stesso, inesorabile risultato: i pentastellati vanno bene quando il “frontman” (o “frontwoman”) della coalizione è qualcuno dei loro, ma si espongono al disastro quando invece il portabandiera del campo largo è del Pd.
Trasferito questo discorso al piano nazionale, ne risulta una conclusione inquietante: il M5S rischia di diventare subalterno al Pd se il candidato premier della coalizione progressista fosse Elly Schlein. Conte e i suoi potrebbero aggirare il problema se il capo del governo espresso da una coalizione fosse il leader del partito che prende più voti (e quindi se ognuno corresse per sé, pur nell’ambito di un’alleanza elettorale). Ma così assai probabilmente non sarà. E ciò perché il centrodestra si appresta a cambiare la legge elettorale prevedendo (perfidamente) l’indicazione sulla scheda del candidato premier di una coalizione. E questo nodo verrà sicuramente al pettine nel 2027.
Chiara Appendino ha espresso le preoccupazioni e i malumori pentastellati seguiti alle elezioni regionali in Toscana quando ha lanciato il guanto di sfida a Conte con queste bellicose parole: «Non si può andare avanti con le autoassoluzioni. Il M5S dev’essere più autonomo dal Pd». In quell’occasione la ex sindaca di Torino si è detta pronta a dare una scossa. E questa scossa è arrivata appunto oggi.
La ragione del malessere pentastellato è, alla fine, sempre la stessa: l’elettorato del M5S è strutturalmente refrattario a qualsiasi tipo di alleanza. Si tratta di gente che preferisce correre in splendida solitudine, come fu nelle storiche elezioni del 2013, quando il Movimento esplose contro tutti e contro tutto.
Conte ha puntato invece sull’ala “governista” del M5S e ha quindi assecondato Schlein nella politica del campo largo, anche se ha posto continuamente problemi e ostacoli. Non è che Giuseppe sia all’improvviso diventato un fautore della politica delle alleanze. Il fatto, molto più prosaicamente, è che aspira a tornare a Palazzo Chigi. Ma questa sua ambizione, pur legittima, ha finora creato solo problemi nel Movimento.
Se le cose stanno così, ne consegue che gli scricchiolii che arrivano dal Movimento 5 Stelle con le dimissioni della ex sindaca di Torino dovrebbero preoccupare anche Elly Schlein, perché rischiano di riportare in alto mare la politica del campo largo. O comunque di ostacolarne il consolidamento.
Al dunque, molti del M5S potrebbero essere convinti da questo elementare argomento: meglio Appendino che appendice (del Pd). Le alleanze politiche si fondano sulla condivisione di ideali, non sulla somma aritmetica.



