Dentro la statistica: l’Italia del lavoro povero, dove i migranti non sono la causa ma il sintomo

mercoledì, 22 Ottobre 2025
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Negli ultimi dieci anni l’Italia è diventata un laboratorio del lavoro a basso costo. Gli imprenditori nati all’estero sono cresciuti del 24,4%, passando da 632 mila nel 2014 a 786.696 nel 2024, secondo Unioncamere–Infocamere e la Fondazione Leone Moressa. Una crescita reale, spesso citata come segno di vitalità economica. Ma in realtà racconta la trasformazione silenziosa di un Paese che sopravvive comprimendo salari e margini, non creando valore.

Nello stesso periodo, gli imprenditori italiani sono diminuiti del 5,7%. E il boom straniero non si colloca nell’industria o nei servizi avanzati, bensì in settori a bassa produttività: edilizia (25%), commercio (22%), servizi alla persona (12%). Più dell’80% delle imprese a guida straniera è una ditta individuale. Non un modello di espansione industriale, ma di sopravvivenza economica. In Lombardia, Lazio, Veneto ed Emilia-Romagna si concentra oltre il 60% di queste microimprese. A Prato, le aziende cinesi del tessile hanno sostituito quelle locali, garantendo continuità al distretto ma a costi umani altissimi: turni fino a 12 ore, salari fra 900 e 1.200 euro.

Sul fronte del lavoro dipendente, la fotografia è simile. Gli occupati stranieri sono 2,37 milioni, pari al 10,2% del totale, ma il loro reddito medio annuo è di soli 19.800 euro, contro i 27.400 degli italiani (fonte Istat 2024). Generano circa l’8,8% del PIL nazionale, pari a 170 miliardi di euro su un’economia da 1.940 miliardi, ma in settori dove la produttività è stagnante e la concorrenza si gioca sul costo del lavoro.

È per questo che parlare di “migranti indispensabili” è fuorviante. La loro presenza non traina la crescita, la mantiene in vita. L’Italia ha bisogno di manodopera straniera perché non riesce più ad attrarre e trattenere lavoratori italiani in settori poco tutelati, senza prospettive di carriera e con retribuzioni che non coprono il costo della vita. Il problema, insomma, non è l’immigrazione, ma la struttura di un sistema produttivo labour-intensive, privo di investimenti in tecnologia, automazione e innovazione.

Le filiere dell’agricoltura, dell’edilizia, della logistica e dell’assistenza domestica resistono perché possono contare su un esercito di lavoratori invisibili. Ma dietro i numeri del PIL c’è la realtà dei salari compressi, dei contratti precari, della corsa al ribasso negli appalti pubblici e privati.

L’Italia non si salverà inseguendo l’illusione della competitività basata sul costo del lavoro. Serve una politica industriale che riporti valore al lavoro stesso: investimenti in formazione, automazione, reindustrializzazione e contrattazione equa. Finché non accadrà, la crescita resterà una somma di microeconomie di sopravvivenza. E i migranti continueranno a essere non la causa del nostro sistema, ma il suo specchio più fedele: un Paese che sopravvive, ma non cresce.

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