
Con la presentazione delle firme per il referendum sulla riforma della giustizia si apre ufficialmente il conto alla rovescia verso la consultazione popolare. Il centrodestra ha scelto di provare a condurre le danze, trasformando la raccolta firme in un atto politico di forza: fin dalla mattinata di martedì, alla Camera, i deputati di maggioranza si sono mobilitati e già alle 10.30 erano sessanta le sottoscrizioni, contro le cinque dell’opposizione. Alla fine entrambi gli schieramenti hanno raggiunto la soglia delle 80 firme, ma il centrodestra ha battuto sul tempo i rivali, segnando un punto simbolico in una strategia che punta a mostrarsi propositivo e non sulla difensiva.
I parlamentari di Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia e Noi Moderati hanno depositato in Cassazione le firme raccolte a Montecitorio e Palazzo Madama per chiedere il referendum confermativo della riforma firmata dal ministro Carlo Nordio. I giudici della Corte hanno ora un mese per verificare la legittimità della richiesta e trasmetterla al Presidente della Repubblica, che stabilirà la data della consultazione.
Secondo i calcoli della maggioranza, se l’iter sarà rapido, le urne potrebbero aprirsi già a fine gennaio, anche se l’obiettivo politico resta la primavera 2026. Resta aperta la questione del quesito referendario: la legge prevede una formula generica, “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare”, giudicata troppo criptica. Il centrodestra spinge per un testo più chiaro che faccia riferimento esplicito ai cardini della riforma — separazione delle carriere, Corte disciplinare e sorteggio dei Consigli superiori della magistratura — per rendere comprensibile agli elettori il senso della consultazione.
Il referendum si preannuncia dunque come un test politico cruciale: per il governo, l’occasione di ottenere una legittimazione popolare su una delle sue riforme simbolo, oltre che un potente viatico per le successive, premierato in primis; per le opposizioni, la possibilità di trasformarlo in un voto di sfiducia sull’esecutivo e riprendere fiato dopo la traversata del deserto. Il centrodestra però non vuole drammatizzare l’esito. “Anche in caso di bocciatura – avverte il sottosegretario Alfredo Mantovano – il nostro lavoro andrà avanti. La riforma è indispensabile per riportare equilibrio nei rapporti tra politica e magistratura”.
di Fabrizio De Feo



