Per il sistema delle imprese il 2025 ha rappresentato una svolta. Niente di epocale, ma qualche servizio giornalistico in più l’avrebbe meritato. E forse anche qualche commento politico, perlomeno di parte governativa.
A registrare il cambio di passo è l’Unioncamere, l’organizzazione che riunisce le Camere di commercio italiane e gestisce il Registro delle imprese. Dalla quale è arrivata la notizia che l’anno scorso l’indice di natalità/mortalità delle imprese italiane ha chiuso in terreno positivo con un saldo superiore alle 56mila imprese, pari a una crescita dello stock vicina all’uno per cento, tra le migliori performance dell’ultimo decennio. Un risultato tanto più considerevole in quanto arrivato tra guerre guerreggiate e conflitti commerciali, globalizzazione in crisi e insicurezza crescente, prima di tutto a livello logistico.
E’ la genesi di questo dato positivo, però, a essere ancora più interessante. Il risultato infatti è derivato in particolare dalla forte riduzione delle chiusure di imprese esistenti, diminuite del 6,7% nel corso dell’anno passato, un record, che rappresenta un segnale concreto della capacità di tenuta e di resistenza del tessuto imprenditoriale nazionale. E una garanzia di robustezza economica del sistema Paese.
Non è l’unico dato rimarchevole della più recente indagine che Unioncamere conduce con cadenza annuale sulla scorta dei dati di Movimprese. Dalla disaggregazione territoriale, infatti, emergono elementi in contraddizione con la narrazione abituale. Sono il Sud e il Centro ad aver messo a segno i migliori saldi nella nati/mortalità delle imprese nel 2025 con Lazio, Sicilia e Campania tra le prime quattro regioni. Così come Roma è al primo posto nazionale, con Napoli e altre province centro-meridionali tra le prime dieci.
Esiste, purtroppo, un rovescio della medaglia. I dati della indagine a livello settoriale ‘fotografano’ il ridimensionamento delle attività un tempo considerate più schiettamente ‘produttive’, vale a dire manifatturiere e agricole, in questo caso assieme al commercio. Performance che rappresenta un segnale di allarme. E’ ovvio, infatti, che nelle economie moderne il settore dei servizi acquisti spazi più ampi. Ma non va dimenticato che, in genere, questi servizi sono di sostegno e accompagnamento alle imprese. Se la bilancia tra i due comparti dovesse sbilanciarsi a favore dei servizi si rischierebbe di avere un’economia dei servizi sostanzialmente al servizio di se stessa. Una constatazione che meriterebbe riflessioni accurate anche a livello politico, oltre che tra gli esperti di economia.



