Lo slogan per la campagna per il Sì al referendum sulla Giustizia, fresco di zecca, è “azzeccato”.
Il gioco di parole, naturalmente, è voluto: “Il giudice stavolta sei tu”. Ottima comunicazione che mette al centro il cittadino, spesso vessato, condizionato, bastonato, storicamente in Italia e non solo, da sentenze sbagliate, al centro di interpretazioni o troppo rigide o troppo elastiche da parte della magistratura, nel nome e nel segno di un diritto magari esaltato sulla carta e ma ciclicamente utilizzato secondo gli obiettivi dei diretti interessati, equamente distribuiti tra “vittime” e “carnefici”.
Uno slogan, quello varato dal Comitato per il Sì, che pur evidenziando un individualismo assai diffuso nella società, che vede molti cittadini ergersi a censori di ogni autorità (il poliziotto, il padre di famiglia, il professore, il medico, il sacerdote etc), perdendo di vista il bene comune, l’obiettività dei fatti, mira a riequilibrare un rapporto di forze con le toghe, finora a senso unico, specialmente, non senza ragioni, da Tangentopoli in poi.
La battaglia referendaria comincia a scatenarsi. E come al solito le opposte tifoserie sono sul piede di guerra: in pochi parlano con cognizione di causa. E purtroppo noto un degrado mentale: in molti si stanno schierando in modo pregiudiziale, ideologico, assolutamente estraneo ai contenuti specifici della Riforma Nordio.
La parola d’ordine è non politicizzare l’appuntamento, ma si tratta di pura e ingenua utopia. Chi è di sinistra, dai moderati ai massimalisti, “deve” votare No. Chi è di destra “deve” votare Si.
Il guaio è cominciato quando la Schlein ha visto erodere questa compattezza militare e militarizzata, il suo esercito di piazza, con tanti magistrati, intellettuali, studiosi, giornalisti e addirittura politici del Pd (i riformisti per il Sì), passare dall’altra parte.
Dal “lato oscuro”, direbbe qualche apocalittico. Laddove per lato oscuro si intende il fascismo. Questo mantra ossessivo, utilizzato da chi non ha argomenti, che purtroppo viene resuscitato secondo necessità e che ha fatto breccia anche in ambienti moderati. E’ la stanca e stucchevole solfa quando la destra conquista il governo: comincia dal giorno dopo un quotidiano psicologico “processo di Norimberga antifascista”, ad uso e consumo dei desiderata del Pd, dei grillini e Avs, mirato a intercettare chi non aveva e non ha una posizione precisa.
Il messaggio che viene costruito è che questo “fascismo meloniano” persegue lo scopo di comandare, dirigere, comprimere, limitare la Costituzione. Tradotto, “la politica che condiziona, occupa la giustizia”, ovviamente per i biechi disegni di Palazzo Chigi con annesso tutto il repertorio “luogocomunista”: la premier vuole reprimere il dissenso, limitare le libertà, il diritto di manifestare, con i decreti sicurezza che armano lo Stato di Polizia. Insomma, una dittatura vestita di democrazia nonostante i sondaggi continuino a premiare il governo.
Peccato che la politica da decenni abbia già “occupato” la giustizia, la magistratura. Ma un’occupazione diversa. Facciamo qualche esempio concreto, perché il diavolo si nasconde nei particolari.
Quando un magistrato se ne sbatte della decisione di una Ue, sempre decantata quando conviene, di rimpatriare un migrante clandestino del Bangladesh, ricorrendo alla “protezione speciale” perché in patria sarebbe assalito dagli usurai, non è interpretazione ideologica, politica della giustizia e della legge? A parti inverse sarebbe stato protetto un italiano? Sicuramente no.
Quando ai responsabili delle devastazioni di Torino non si commina il reato di tentato omicidio riguardo il poliziotto aggredito dagli antagonisti, ma lesioni; mentre il poliziotto che a Rogoredo ha sparato a uno spacciatore straniero, pieno di reati, che aveva una pistola (poi rivelatasi giocattolo), si è beccato l’accusa di omicidio volontario, non è politica? Non è il frutto di una precisa interpretazione ideologica della legge?
E quando agli stessi fermati viene impartito l’obbligo di firmare in questura “compatibilmente” con i loro impegni, di cosa si tratta? Ci manca il caffè e il tappeto rosso, anziché pagare o far pagare alle loro famiglie tutto quello che hanno distrutto.
E’ ovvio che certa magistratura, dai Centri in Albania, è scesa in campo per contrastare le politiche del governo, in quanto spaventata dalla riforma Nordio. Perdere privilegi non piace a nessuno. Una partita allarmistica arrivando perfino a posizioni scomposte, come le dichiarazioni sconcertanti di Gratteri, magistrato assolutamente stimabile, con relativa “valutazione eugenetica” indirizzata a chi vota Si in Calabria, dai massoni deviati ai delinquenti. Non sembra una postura molto democratica e rispettosa dei milioni di cittadini che voteranno Si.
Un vizio antico che va ricordato: “Magistratura democratica”, la componente di sinistra, ha sempre sostenuto il “diritto diseguale”, ossia, un reato commesso nel Sud viene punito diversamente rispetto allo stesso reato compiuto a Milano. E, vizio attuale, un reato commesso da un migrante (ad esempio, occupando abusivamente una casa), anche qui, viene punito diversamente dallo stesso reato compiuto da un italiano. L’attenuante? Lo scrivono certe sentenze: “Disagio sociale”. Non è questo marxismo giuridico? Ricordiamo che Marx diceva che è “l’ambiente che determina la coscienza”. Più chiaro di così. Abbiamo bisogno ancora di ulteriori prove per capire che la politica è già dentro la magistratura? E che la riforma Nordio intende unicamente ristabilire l’equilibrio vero tra i poteri?
La verità è che il nostro ordinamento già è in linea con la separazione delle carriere. Aspetta solo una ratifica, una certificazione formale.
“La Magistratura – come giustamente ha osservato il giurista Giulio Prosperetti su Avvenire – si sente minacciata dalla riforma costituzionale rimanendo ancorata al Codice Rocco e cioè al processo inquisitorio, che vedeva sostanzialmente Pubblico Ministero e Magistrati dalla stessa parte; si dimentica però che il problema fu a lungo dibattuto nell’Assemblea costituente e che la settima disposizione transitoria prevedeva che si sarebbe dovuta emanare una nuova legge sull’ordinamento giudiziario in conformità alla Costituzione. E infatti, nessuna norma della Costituzione prevede che i Pubblici Ministeri appartengano alla Magistratura e la Costituzione parla di Pubblici Ministeri soltanto per garantire la loro indipendenza. A seguito della riforma del 1988 con la legge Vassalli che ha trasformato il “processo inquisitorio” in un processo di parti (“processo accusatorio”, dove Pubblico Ministero e Avvocato sono messi sullo stesso piano) si è avviata una evoluzione che nel 1999 ha portato ad una radicale nuova prospettiva con la riforma costituzionale approvata all’unanimità da tutto il Parlamento, per cui l’art. 111 che oggi recita che «Ogni processo si svolge nel contradditorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a giudice terzo e imparziale». Questo importante articolo della Costituzione è rimasto sino ad ora in attesa di una piena attuazione per le contrarietà della Magistratura restia a passare nella sostanza dal processo inquisitorio a quello accusatorio”.
E’ lapalissiano: per non vedersi sminare i vari teoremi giudiziari ideologici, con cui sono state affrontate e gestite tante inchieste che hanno riguardato la politica.
Inoltre, molti paesi democratici hanno la separazione dele carriere: Germania, Spagna, Portogallo, solo per restare in Europa, e per andare oltre, gli Stati Uniti, il Canada, il Giappone. Mentre il processo inquisitorio, dove pm e giudice sono dalla stessa parte, risultano averlo le autocrazie: Russia, Egitto, Iran. Con buona pace dei progressisti nostrani.
Riassumiamo. Tornando alla base della scelta referendaria: la verità è che il giudice non può essere parte in causa. L’arbitro (il giudice) non può parteggiare, essere sodale, far parte della medesima lobby di una delle due squadre (pm e avvocato); deve essere terzo.
La verità è che bisogna azzerare le correnti che inquinano e drogano il lavoro della Magistratura. E l’unico strumento alternativo è il sorteggio. Altrimenti chi scappa torna dalla finestra. Un secondo slogan per il Sì dovrebbe essere: “Giustizia pulita, azzera le correnti, vota Sì”.



