Sanremo, male la prima. Una Repubblica “centenaria”, tra balli, urla e parole che non si capiscono

mercoledì, 25 Febbraio 2026
2 minuti di lettura

Sanremo, male la prima. Questa volta la partenza-2026 è stata molto al di sotto delle aspettative e della precedente edizione 2025. Se questa annunciata ed esaltata kermesse, come dicono gli studiosi, è l’autobiografia della nazione, non c’è da rallegrarsi. La “gestione Conti”, almeno per ora non è stata all’altezza, né come enfasi, né come messaggio, né come scelta delle canzoni.

Tanta, tantissima ostentazione tecnica, scenografia, balletti di sfondo, buone coreografie, ma poca sostanza.

Ormai, bisogna ammetterlo, Sanremo non è più la patria delle canzoni “da sentire”, ma delle canzoni “da guardare”: tutto solo spettacolo, ieri fuffa e interpretazioni canore tra l’altro scadenti, con poca qualità.

Il duetto Conti-Pausini poi, poco brillante, con un copione scontato e moscio (lui veloce, quasi meccanico, lei simbolo della brava ragazza romagnola). Per non parlare dell’ospite principale, Can Yaman, costretto a fare il “bisteccone erotico”, bello quanto impacciato, non a suo agio nel ruolo di presentatore. E dispiace per Tiziano Ferro in questo contesto scadente, palesemente appesantito, ma pur sempre “un grande”.

Ma la cosa che più ha colpito, è la pretesa culturale di Conti, come chicca della prima serata: una decisione che smentisce tra l’altro, l’ingerenza o la sudditanza rispetto al governo-Meloni: la presenza della signora Gianna Pratesi che doveva rappresentare “i nostri genitori, i nostri nonni, i nostri partigiani che hanno liberato l’Italia dall’oppressione nazifascista e il ruolo delle donne che si sono liberate”; presenza che ha finito per simboleggiare una Repubblica anziana, fragile, che coincide con i 105 anni della signora”.

Peccato per il messaggio. Conte avrebbe potuto cogliere l’occasione non per ricordare la “sinistra” (la legittima provenienza famigliare della signora), ma la pacificazione nazionale e l’unità degli italiani. E a proposito di donne che per la prima volta hanno votato per scegliere tra Monarchia e Repubblica, dati alla mano, preferirono proprio la monarchia. Ma tale preparazione non è obbligatoria in casa Rai.

In quanto alle canzoni, come detto, molta noia e basso livello. Segno di un tempo che privilegia il suono, la superficialità alla sostanza dei testi. Abbiamo assistito a un misto di marcette, urla, sentimentalismo stucchevole, filosofie alla “pensati libera”, canzoni solo ballabili, dove il rap (scelto per intercettare il pubblico giovane e i social) si fonde con altre sonorità, tanto per alleggerire posture da sfigati e coatti di borgata.

Cantanti di prestigio e con una storia professionale molto pochi in giro; in cambio, quasi tutti gli artisti inascoltabili, con parole che non si capiscono, totalmente edulcorate da tecniche sapienti. “Aridatece” gli stonati, che almeno scendevano in campo e ci mettevano la faccia.

Nel mucchio, speravamo nelle veterane Arisa e Patty Pravo, ma pure loro una delusione: la prima (Magica Favola) è sembrata la sigla della Sirenetta, un musical da Disneyland, e la seconda (“Opera”) un riassunto delle sue migliori canzoni passate.

Insomma, male la prima. E il paradosso è che dovremo subire questa moda per almeno una settimana, dove lo spettacolo, i colpi di scena preparati a tavolino, l’ansia di occupare lo spazio, qualche polemicuccia, solo per l’audience, la faranno da padroni.

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.