Otello Lupacchini appartiene allo stretto novero dei grandi investigatori entrati a buon diritto nella recente storia repubblicana. È il magistrato che ha smantellato la banda della Magliana ed è lo stesso che ha indagato sul caso di Emanuela Orlandi. Originario di Lapedona, nelle Marche, giusfilosofo, studioso di Diritto, è stato un magistrato con una carriera eccezionale (anche Procuratore generale a Catanzaro) finito nel tritacarne delle polemiche dopo aver criticato il giudice Nicola Gratteri.
«Sorta di moderno praetor peregrinus – ha detto di sé – ho quindi navigato perigliosamente tra Roma, Venezia, Riesi, Bologna e di nuovo Roma, incrociando eventi sanguinosi, personaggi ripugnanti e consorterie micidiali: stragi, sequestri di persona con soppressione dell’ostaggio, bombaroli neri, terroristi assassini rossi e neri, uomini d’onore sanguinari, banditi nati per uccidere e per morire ammazzati, sbirri e spioni senza scrupoli, pubblici funzionari corrotti o, peggio, dediti alla concussione, politicanti doppiogiochisti, statisti senza alcun senso dello Stato, faccendieri spregiudicati, tirapiedi in agguato per prendermi all’amo».
Sostiene fortemente le ragioni del Sì al prossimo referendum sulla riforma della giustizia. «Non da ora – precisa – ma dal 1979 quando redigetti una monografia intitolata “Indipendenza e responsabilità del magistrato” per affrontare il delicato equilibrio tra le prerogative di autonomia della magistratura e la necessità di una responsabilità per gli atti compiuti nell’esercizio delle funzioni. L’analisi si inseriva nel crescente nel dibattito pre-riforma sulla responsabilità civile dei giudici, esplorando i confini tra l’errore giudiziario, la colpa professionale e la malafede, riflettendo sulla giustizia intesa come servizio. L’approccio mirava a bilanciare la tutela del magistrato da pressioni esterne con la necessità che il cittadino avesse garanzie di fronte a comportamenti scorretti o negligenti nell’amministrazione della giustizia. Il rischio era la compressione del diritto della difesa. Erano appunto gli anni precedenti alla riforma Vassalli del Codice di procedura penale, entrato in vigore nell’ottobre del 1989, che segnò il passaggio epocale dal sistema inquisitorio a quello accusatorio introducendo la separazione delle parti (pubblico ministero e difensore) e la figura del giudice terzo. Era quindi un periodo di profonda, autentica, riflessione sul ruolo della magistratura. Ecco, a distanza di anni io credo che la separazione delle carriere possa conferire ai giudici e pubblici ministeri l’antica purezza».
Secondo lei, all’epoca si stavano già manifestando le prime distorsioni nella magistratura?
«No, ma ci ponevamo il problema di coerenza legislativa dovendo riformare il Codice Rocco che risaliva al 1930. Non si poteva più garantire un piano di parità tra giudice e Pm tenuti in un unico ordine. Annovero tra i grandi fautori del cambiamento gli illustri giuristi Giandomenico Pisapia e Giuseppe De Luca che predicavano la formazione di nuove coscienze e mentalità per combattere incrostazioni, viscosità e cattive abitudini manifestatesi in determinati contesti».
Dunque la riforma: la convince il sorteggio pensato dal legislatore per i due nuovi Csm?
«Il sorteggio è il modo più semplice per opporsi a questa situazione. Non rappresenta la procedura risolutiva, ma è un modo senz’altro nuovo per eleggere i componenti del Csm rispetto al blocco delle correnti. Poi chi l’ha detto che i rappresentanti delle correnti, animati tra l’altro da una sorta di vincolo di mandato, siano più capaci di leggere e di “entrare” nel corpo dei processi rispetto ai sorteggiati? La legge Castelli-Mastella ha rafforzato il potere in capo ai vertici della procura creando, in talune occasioni, un corto circuito. Se il viceprocuratore, per esempio, vuol chiedere l’archiviazione di un procedimento non può farlo, deve attendere il parere del superiore quando è noto a tutti che i magistrati hanno pari dignità. Si è lentamente costituita nel tempo una sorta di aristocrazia togata, non necessariamente d’élite, nella quale può capitare di trovarci anche un incapace capace di tutto».
E in quanto ai due Csm?
«Attueranno il principio di uguaglianza collocando il Pm sullo stesso piano dei giudici. Ciascuno avrà la propria indipendenza professionale allontanandosi dai giochi delle correnti e da tutto ciò che gira intorno a esse. La riforma tende al principio della massima tutela dell’imputato quale presunto innocente di fronte al giudice e al Pm non più uniti dalla stessa carriera. Vede, oggi può succedere che il giudice sia naturalmente portato a “fidarsi” della narrazione del pubblico ministero se non altro per la medesima appartenenza corporativa. Non penserà mai di essere ingannato dal collega, ritiene ragionevoli le richieste di chi sostiene l’accusa. Per tali ragioni anche il Gip, talvolta, per la mole della documentazione presentata dall’accusa non è nelle condizioni materiali di praticare un controllo effettivo della richiesta avanzata».
Dottor Lupacchini, in relazione a tutte le narrazioni che si sono succedute nel corso degli anni sulla magistratura, qual è stata, secondo lei, la portata di Tangentopoli in relazione all’operato del pool Mani Pulite?
«Non entro nel merito dell’attività pur ponderosa dei giudici. Rilevo solo che il pool fosse composto da membri prescelti in funzione delle rappresentanze correntizie. Tuttavia, per onestà intellettuale desidero ricordare che abbiamo avuto martiri come i giudici Guido Galli o Emilio Alessandrini appartenenti anch’essi alle correnti, ma parliamo di due uomini animati dal sacro fuoco della giustizia. Le correnti possono essere come il colesterolo buono o come quello cattivo. Il colesterolo buono è fatto di idealità, di dibattito, di progetti, di crescita, anche umana. Quello cattivo è finalizzato all’esercizio del potere che mira a giudicare i magistrati non in base al merito o al non demerito, ma all’appartenenza correntizia all’interno del Csm, dove convivono diverse sensibilità spesso affini alla politica, dando luogo, “lato sensu”, a forme di voto di scambio. Insomma, l’attenzione è tutta rivolta agli interessi particolari».
Domanda insidiosa: cosa pensa della posizione del dottor Nicola Gratteri a sostegno del No al referendum?
«La sua non è una domanda insidiosa, è una domanda inutile. Quod nullum est nullum producit effectum.. Quindi non mi faccia commentare».




Peccato che Lupacchini si è posto in pensione nel 2020 per evitare la sua rimozione dalla Procura Generale decisa dal CSM per gravi cause disciplinari . Fatto salvo ovviamente il suo valore di magistrato indagatori nei fatti già qui riportati, diamo che ha motivi personali di rivalsa piuttosto ingombranti per esprimere un parere libero…