Hormuz, Trump e il grande ritorno degli Stati: effetto crisi

domenica, 19 Aprile 2026
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EU Commission President Ursula von der Leyen delivers a speech delivers a speech during a plenary session at the European Parliament, in Strasbourg, eastern France, on October 6, 2025. (Photo by ROMEO BOETZLE / AFP)

C’è un equivoco di fondo che continua a drogare l’analisi europea: pensare che il mondo funzioni ancora per mediazioni multilaterali. Non è più così. Il teatro di Hormuz lo dimostra senza pietà.

Lo Stretto di Hormuz non è un tavolo negoziale: è un choke point militare ed energetico dove contano deterrenza, capacità navale e controllo del territorio. In questo scenario, la missione UE nasce già vecchia. Non perché inutile in assoluto, ma perché fuori scala rispetto alla natura dello scontro. Nel mentre Donald Trump non sta improvvisando. Sta riscrivendo le regole: meno globalizzazione, più sovranità. Meno alleanze automatiche, più scambi diretti. La sicurezza diventa una transazione. La NATO? Strumento, non più garanzia.

Chi non controlla le leve strategiche resta fuori. E l’Europa oggi non controlla nulla. Né rotte, né energia, né supply chain critiche. Negli ultimi 20 anni ha rinunciato alla strategia, senza che i cittadini europei ne fossero consapevoli. Un esempio? L’europeo medio viaggia il 30% in più del 2000 ma lo fa con carburante importato.

I numeri sono inquietanti:

* Oltre il 60% dell’energia consumata nell’UE è importata
* Dal 2005 sono state chiuse più di 20 raffinerie, con perdita superiore a 3 milioni di barili/giorno
* Prezzi energetici industriali fino a 2 volte quelli USA in tutto il continente (la retorica nostrana è abbastanza ridicola quando omette questo dato)

In parallelo, mentre Bruxelles discute regole fiscali, sul campo succede altro. Durante la tregua, l’Iran ha ricostruito la capacità militare in modo rapido e chirurgico:

* circa 70% delle scorte di missili balistici ancora disponibili
* circa 60% dei lanciatori operativi
* circa 40% dell’arsenale droni
* recuperati 100 lanciatori dopo il cessate il fuoco

In pratica il tempo della diplomazia serve agli attori forti per riorganizzarsi, non per arretrare ed organizzare convegni.

E l’Europa? Presente a parole, assente nei fatti.

L’Unione Europea continua a muoversi come se bastasse “esserci” per contare. Ma senza basi militari diffuse, senza una marina proiettata globalmente e senza autonomia energetica, la presenza diventa simbolica. Francia e Regno Unito hanno asset globali. L’Italia ha capacità industriali e know-how. L’UE come blocco no.

Nel frattempo, Pedro Sánchez resta ai margini dei tavoli che contano, è un segnale strategico: chi non ha postura marittima e militare rilevante non entra nel gioco. E oggi persino la sicurezza di Gibilterra diventa tema concreto, non teorico. La Spagna avrebbe difficoltà a gestirne l’eventuale sicurezza senza inglesi (che della Ue non fanno parte).

Bisogna entrare nell’ottica, l’Europa non è più un arbitro. È uno spettatore con il biglietto in prima fila che prova a dare consigli ai giocatori.

Nel frattempo però il mondo si riorganizza:

* Gli USA riducono l’impegno diretto e selezionano alleanze utili
* I BRICS costruiscono circuiti alternativi (pagamenti, energia, logistica)
* Le potenze regionali consolidano il controllo dei territori strategici

L’Italia non è fuori gioco, ma deve scegliere come operare e con chi:

  • restare agganciata a un G7 ristrutturato, più duro e selettivo
  • diventare ponte operativo tra Occidente e nuovi blocchi

Ha ancora carte pesanti: posizione geografica, infrastrutture, player energetici, capacità industriale residua. Ma servono scelte rapide, non comunicati. La globalizzazione non è ancora crollata, verrà smontata pezzo per pezzo nei prossimi 5 anni. Nel 2030 il mondo ante 2020 sarà solo un ricordo. Gli assetti saranno diversi.

Mentre gli altri costruiscono il nuovo ordine, l’Europa continua a discutere il regolamento del vecchio.

Nel frattempo, a Hormuz, la partita vera si gioca senza di noi.

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