L’Europa concede all’Italia una (limitata) flessibilità sul Patto di Stabilità per gli investimenti energetici. Una buona notizia? Forse. Ma c’è un dettaglio che Bruxelles preferisce non ricordare: mentre oggi si spiegano agli italiani i pericoli dei sussidi pubblici, negli ultimi anni Germania e Francia hanno utilizzato centinaia di miliardi di euro per salvare industrie, banche e colossi energetici nazionali.
La Commissione europea apre infatti alla possibilità di escludere parte degli investimenti strategici in energia dai rigidi vincoli di bilancio, ma continua a guardare con sospetto gli aiuti diretti alle imprese. Una posizione che rischia di trasformarsi nell’ennesimo esempio di doppio standard europeo.
I numeri parlano chiaro.
Dal 2022 Berlino ha mobilitato oltre 350 miliardi di euro tra aiuti energetici, fondi straordinari e interventi pubblici. Ha nazionalizzato Uniper, il principale gruppo energetico tedesco, per evitare il collasso del sistema del gas. Ha creato fondi speciali fuori bilancio che hanno aggirato, di fatto, i principi che oggi vengono ricordati ai partner europei.
Parigi non è stata da meno. Lo Stato francese ha riportato sotto controllo pubblico EDF, il gigante dell’energia nucleare, acquisendone il 100% del capitale. Un’operazione da circa 10 miliardi di euro che si aggiunge ai massicci programmi di sostegno all’industria e alle famiglie francesi.
Quando si è trattato di difendere gli interessi nazionali, il libero mercato europeo è improvvisamente scomparso. Oggi invece Bruxelles spiega all’Italia che gli investimenti per l’energia vanno bene, mentre i sussidi all’industria potrebbero alterare la concorrenza.
La domanda sorge spontanea: quale concorrenza?
Quella tra un’industria tedesca sostenuta da centinaia di miliardi pubblici e un sistema produttivo italiano costretto a fare i conti con un debito pubblico elevato e margini fiscali ridotti?
Negli ultimi tre anni oltre il 50% degli aiuti di Stato autorizzati dalla Commissione è finito in Germania. Francia e Germania insieme hanno assorbito la grande maggioranza delle deroghe europee sugli aiuti alle imprese. Nel frattempo l’Italia ha continuato a finanziare la propria competitività principalmente attraverso export, produttività e sacrifici fiscali.
L’Italia importa circa il 75% dell’energia che consuma e continua a pagare prezzi energetici superiori rispetto a Stati Uniti, Cina e molti concorrenti internazionali. Nel 2025 il debito pubblico italiano supera i 3.100 miliardi di euro, ma il settore manifatturiero rimane il secondo d’Europa dopo la Germania e uno dei principali motori delle esportazioni mondiali.
Bruxelles oggi scopre che energia e sicurezza nazionale sono strettamente collegate. Meglio tardi che mai.
Tuttavia la vera questione resta aperta: se Germania e Francia hanno potuto nazionalizzare aziende strategiche, creare fondi speciali e utilizzare massicci aiuti pubblici senza che il mercato unico venisse considerato a rischio, perché l’Italia dovrebbe limitarsi a costruire infrastrutture senza poter sostenere il proprio sistema industriale?
La sensazione è che in Europa le regole siano uguali per tutti, ma che alcuni Paesi riescano ancora a interpretarle con molta più fantasia di altri.
E alla fine, come spesso accade a Bruxelles, la differenza non la fanno i trattati. La fa il peso politico di chi li interpreta.



