Lega, Salvini vince. Ma ha il fiato corto. La sfida su Kiev? Un’arma spuntata

lunedì, 26 Ottobre 2026
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In altri tempi, la sfida lanciata da Matteo Salvini sull’Ucraina dal palco congressuale della Lega avrebbe già provocato una crisi di governo. L’annuncio che porterà in Cdm lo stop all’invio «di soldi e armi» a Kiev è roba radioattiva per l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni.

Ma non viviamo tempi normali. Mancano pochi mesi alle elezioni. Siamo nel pieno di una furiosa crisi internazionale. Il caro benzina deprime l’economia. Le piazze di Italia e mezza Europa sono in subbuglio. Morale della favola: il centrodestra non intende suicidarsi. E nemmeno Salvini. La crisi non ci sarà. Il (riconfermato) leader della Lega porterà i suoi argomenti in Consiglio dei ministri. Ma tutto finirà con l’«irritazione» di Giorgia (già, peraltro, anticipata ieri) e con la solita polemica da parte di Antonio Tajani. Se non ci saranno clamorose svolte sul piano dei negoziati, il governo varerà l’ennesimo decreto di aiuti all’Ucraina entro la fine dell’anno. Poi, in sede di conversione, sarà il solito braccio di ferro lessicale: attenti a non parlare di armi e forniture militari di sorta…

Intanto però Salvini respira un po’ (vedremo se anche nei sondaggi). La mossa su Kiev è servita a ricompattare la Lega (anche Luca Zaia ha appoggiato il segretario) e a zittire i dissidenti. Ma il fiato del leader è corto. Perché la carta Kiev non potrà essere giocata fino in fondo da Salvini, pena l’effetto “Campo largo” sul centrodestra: Meloni non potrebbe imputare a Elly Schlein (o a chi sarà il candidato premier del centrosinistra) l’incoerenza in politica estera se poi ella stessa guidasse uno schieramento spaccato sulla guerra in Ucraina. Staremo anche a vedere se (e come) quest’arma spuntata della Lega su Kiev  potrà favorire Roberto Vannacci.

E i problemi di Salvini non finiscono qui. Il Capitano sta perdendo infatti un po’ di carisma anche all’interno del suo partito. Non deve trarre in inganno il fatto che Matteo è stato riconfermato segretario della Lega a larghissima maggioranza con (il 76% dei voti congressuali). Il problema non sta tanto nel confronto con il passato (nel precedente congresso Salvini fu designato per acclamazione), ma nella incredibile ascesa del suo sfidante, Massimo Garavaglia, che ha ottenuto il 24% dei consensi tra i delegati in meno di dieci giorni, quanti ne sono passati dall’annuncio della sua candidatura a segretario del Carroccio. Che cosa sarebbe accaduto se l’antagonista di Salvini avesse avuto più tempo per organizzare le sue “truppe”?

C’è da dire che dal congresso della Lega sono uscite alcune novità che dovrebbero tenere buoni (almeno in parte) i dissidenti. Tanto per cominciare è stata presentata una nuova versione del simbolo che porta con sé anche un nuovo nome. Non più “Lega per Salvini premier” ma “Lega Italia federale”. Il Carroccio torna così all’antico, all’anima federale, e mette un po’ in sordina l’idea della “Lega nazionale”, tanto cara al segretario. Il tema del federalismo è stato peraltro più volte sollevato dai governatori della Lega nei loro interventi congressuali.  Da registrare anche la mozione, approvata all’unanimità, che rilancia la questione settentrionale e chiede di lavorare per arrivare a uno Stato federale.

Altra, significativa novità è la segreteria politica a 9 nove membri (lo statuto è stato modificato). Chi ne farà parte? Luca Zaia ci sarà? Salvini spera di sì. Ma al momento non arrivano aperture dal Veneto.

A guastare l’atmosfera di unità che si respira nel Carroccio, è arrivata oggi la notizia che la deputata Simonetta Matone, romana, ha lasciato la Lega ed è passata con Forza Italia. Per Salvini si tratta di una perdita significativa perché Matone è un volto mediatico di primo piano per la sua decennale frequentazione dei talk show (detiene, per esempio, il record assoluto di presenze a Porta a Porta da Bruno Vespa, oltre 330).

Così la parlamentare ha motivato la sua decisione: «Me ne vado per tre motivi: non sono stata valorizzata dal partito, il progetto del segretario sembra non contemplare più il Centro e il Sud e soprattutto non sono d’accordo con la deriva sovranista, di estrema destra e antieuropeista di Salvini».

Dietro questo strappo ci potrebbero però essere anche motivi di rivalità locale, soprattutto nei confronti di Claudio Durigon (originario di Latina), sottosegretario al Ministero del Lavoro. Questo il commento dell’esponente leghista del Lazio alla notizia delle dimissioni di Matone: «Simonetta è una persona molto preparata e una grande professionista, mi spiace che si accorga soltanto adesso ora, a pochi mesi dalle elezioni, che siamo un partito sovranista». Sia detto per inciso, Durigon dovrebbe entrare a far parte della segreteria a nove decisa dal congresso del Carroccio.

Tornando a Salvini, tutto lascia pensare che la sua leadership non sia più, in prospettiva, tanto scontata. Con il congresso straordinario, Matteo s’è dato lo slancio per affrontare la campagna elettorale. Ma, se le elezioni andassero male, sarebbe inevitabile per la Lega cambiare politica. E leader.

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