Si è fatto fuori da solo, inciampando? Può essere. Ma come da pronostico lo tsunami blu ha travolto l’America di Trump. I democratici conquistano il Congresso: maggioranza alla Camera e maggioranza al Senato. Disfatta per il partito repubblicano, che perde il controllo di entrambi i rami, e per il presidente, bocciato da un voto trasformatosi in un vero referendum sulla Casa Bianca. Stanotte L’America ha deciso e dopo l’incubo e il timore per i brogli elettorali la disfatta per il popolo Maga è ormai una realtà. Alla Camera i Dem superano largamente i 218 seggi necessari, con la prospettiva di andare oltre i 240 seggi su 435 e con le proiezioni NBC che arrivano fino a 255 nella notte blu dell’America di Trump. Con Hakeem Jeffries il primo afroamericano a ricoprire il ruolo il partito potrà avviare una stagione di controllo e indagini sull’amministrazione Trump. Ma il vero ribaltone è al Senato. A dettare il trend è la vittoria di Roy Cooper in North Carolina. Poi la valanga: i repubblicani perdono il South Carolina dopo 28 anni di dominio, con la sconfitta di Darline Graham – sorella del senatore Lindsey scomparso a luglio – contro Annie Andrews. Quando in Italia è quasi l’alba arrivano gli altri verdetti: James Talarico trionfa in Texas staccando di quasi 20 punti il repubblicano Ken Paxton. Il suo discorso sul denaro che non corromperà mai il diritto di scelta dei cittadini Texani è seguito da un’ovazione che dichiara ormai che anche gli Swing State sono dalla parte del cambiamento. Adam Hamilton trionfa in Kansas, dove i democratici piantano la bandiera dopo 94 anni. In Ohio, Sherrod Brown sconfigge il repubblicano Jon Husted. La maggioranza viene blindata dalla vittoria di Josh Turek in Iowa. E poi si fa la storia: in Georgia, Keisha Lance Bottoms diventa la prima governatrice afroamericana degli Stati Uniti. Insomma stato dopo stato, L’America possiamo dirlo, si fa travolgere dal vento democratico, c’era bisogno di cambiamento questo è chiaro. Ma cosa succederà ora? Trump non ha nessuna intenzione di intestarsi la sconfitta. Quando diventa chiaro che i repubblicani rischiano di perdere la maggioranza, scrive sui social: “Non ero sulla scheda elettorale e, se ci fossi stato, avremmo vinto, attenzione ribadisce: “Con una vittoria schiacciante”. Al New York Times il Tycoon risponde nella notte con toni concilianti: “Sono assolutamente disposto ad accettare questi risultati”. Alla CBS, in realtà, si dice pronto a ricorrere a “poteri enormi” e a utilizzare il veto presidenziale per bloccare le iniziative dei dem. E su Truth Social pubblica l’immagine di un cappellino rosso. Sopra non c’è scritto Make America Great Again, ma solo quattro lettere: “Veto”. Ma analizziamo il paradosso di questa lunga notte elettorale a stelle e strisce: Trump ha fatto fuori Trump. Ha fatto campagna come se fosse lui il candidato, con oltre due dozzine di comizi per Paxton, Graham e Husted, e poi ha scaricato la sconfitta dicendo che lui non c’era. Ma gli elettori lo hanno votato eccome: per il costo della vita e per la guerra all’Iran a febbraio, che ha fatto esplodere i prezzi della benzina. I Dem non hanno vinto per carisma, hanno vinto per rigetto. Ora brindano, ma da domani dovranno governare con un Presidente che ha già annunciato la trincea del veto.



