L’America va a sinistra? No, vuole solo ritrovare sé stessa. Ma non sarà facile

mercoledì, 4 Novembre 2026
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“Tsunami democratico” , “Onda blu” (è il colore dei dem Usa), “Un musulmano  socialista vince nel Michigan”: da stanotte impazza il trionfalismo progressista sui siti di informazione.

Che fine ha fatto il popolo Maga? Boh, forse è rimasto a casa. O forse  è evaporato. Il sollievo dei commentatori di sinistra l’abbiamo visto crescere nel salotto di Enrico Mentana, su La7, mentre scorrevano le immagini della Cnn. Lo abbiamo visto negli occhi eccitati di Giovanna Botteri, che profetizzava l’avvento di un candidato ammazza repubblicani tra i giovani leoni dem in ascesa. L’abbiamo sentito nelle parole del geopolitico Dario Fabbri, il quale (sempre da Mentana) spiegava che, in fondo, l’ideale socialista ha sempre sedotto gli americani e che gli Usa sono in realtà il Paese più statalista del mondo, con buona pace dei discepoli di Milton Friedman partoriti dalla scuola di Chicago.

Che succede al di là dell’Atlantico? L’America svolta a sinistra? E questo vento americano arriverà forse in Europa? Perdipiù maggiorato, secondo la vecchia opinione secondo cui un raffreddore negli Usa si trasforma in una polmonite nel Vecchio Continente?

Calma. Non ci sono al momento indicatori a segnalare che sia in atto un mutamento epocale in America. Quello che sappiamo è solo che gli elettori hanno voluto punire “The Donald”, unitamente alla sua politica estera da calabrone impazzito.

Perché l’hanno fatto? Perché gli stessi Stati (Michigan, Texas, North Carolina e tutta l’America “profonda”) che due anni fa decretarono il trionfo di Trump ora gli hanno voltato le spalle? È pressoché scontato cercare la risposta nella fallimentare guerra all’Iran e nello sconquasso che ha provocato nel mondo. Scontato è anche il riferimento all’aumento del carovita e del prezzo della benzina. Né meno scontato è il riferimento allo sconcerto del popolo Maga, che s’è visto preso in giro da un Trump che aveva promesso di porre fine alle «guerre perenni» degli Usa e che invece si ritrova adesso nel pantano iraniano per aver dato retta a quell’altro esaltato di Benjamin Netanyahu.

Come tutte le opinioni scontate, si tratta di rilievi giusti. Giusti, sì, ma non sufficienti a spiegare il clamoroso risultato di queste elezioni di “medio termine” (i repubblicani Usa si aspettavano che piovesse, non che diluviasse). La spiegazione vera è probabilmente più profonda e riguarda l’idea che l’America ha di sé stessa e del suo rapporto col resto del mondo. Insomma, il popolo Usa ha punito Trump perché questo stesso popolo è in crisi di identità, una crisi che la politica erratica, incoerente, squilibrata dell’inquilino della Casa Bianca ha reso evidente come mai era accaduto al tempo dei suoi predecessori.

L’America non sa più chi è perché non sa più quale sia la sua “missione”. In passato era l’idea di rendere il mondo più “americano” con la scusa di esportare democrazia, benessere, modelli di vita. Per tale motivo, gli Usa si sentivano il centro di gravità permanente del mondo. Poi (e ben prima di Trump) hanno capito che questa centralità non era più possibile né sostenibile. E ciò è accaduto sia perché tale funzione era diventata terribilmente costosa sia perché il mondo ha dimostrato di non voler affatto diventare “americano”. Anzi, con l’11 settembre 2001, una parte di questo mondo (di matrice musulmana) ha colpito gli Usa a New York, cuore pulsante e simbolo stesso della potenza statunitense.

Da allora in poi sono falliti tutti i tentativi di riconquistare il primato perduto: prima a causa del flop delle guerre di George W. Bush, poi per l’ascesa della superpotenza cinese, poi ancora per la crisi finanziaria del 2008, per il ritorno “imperiale” della Russia, per l’endemica crisi mediorientale provocata anche dalle sviste geopolitiche di Barack Obama. Questo mondo così lontano dalle vecchie rappresentazioni americane ha prodotto, in ultimo, la guerra in Ucraina e la devastante recrudescenza del conflitto israelo-palestinese.

Una voglia di chiamarsi fuori da questo caos e di badare solo ai propri interessi ha riportato Trump alla Casa Bianca nel 2024. Ma questi due anni sono serviti a chiarire che neanche questa è una soluzione possibile: i dazi si sono rivelati un boomerang, la guerra in Ucraina continua a infuriare atrocemente, l’Iran ha dimostrato infine quanto sia corta la vista degli odierni strateghi di Washington.

Al dunque, punendo oggi “The Donald”, gli americani non hanno tanto voluto punire il fatto che Trump li abbia ingannati con false promesse quanto il fatto che abbia (involontariamente e maldestramente) rivelato che sono nei guai fino al collo. E questo, probabilmente, non gliel’hanno perdonato.

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