In arrivo la Web tax italiana

Economia

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I senatori hanno approvato l’emendamento alla legge di Bilancio che introduce in Italia, a partire però solo dal 1° gennaio 2019, un’imposta sulle transazioni digitali in anteprima europea. Si tratta di una flat tax del 6% da applicare alle prestazioni di servizi effettuate con mezzi elettronici.
“L’imposta del 6% su ricavi si applica erga omnes” – ha spiegato Mucchetti, presidente della Commissione Industria al Senato – “Quindi tutti dovranno pagare il nuovo tributo ma le aziende che hanno ”costi e oneri fiscali in Italia” potranno compensare attraverso il credito d’imposta che potrà essere utilizzato per l’Ires, l’Irap, i versamenti Inail o dei contributi”. 

La tassazione si applicherà al corrispettivo dovuto al netto dell’IVA indipendentemente dal luogo di conclusione della transazione. Per indurre le multinazionali del web ad uniformarsi alla nuova normativa viene, inoltre, previsto una sorta di “avviso” da parte dell’Agenzia delle Entrate che si attiverà al superamento di una determinata soglia di transazioni.

In attesa della definizione della platea di soggetti ammessi e della base imponibile prevista per fine aprile, la nuova formulazione approvata in Senato e che sarà in vigore dal 2019 esclude espressamente dall’applicazione della nuova imposta sulle transazioni digitali le imprese agricole e i soggetti che hanno aderito al regime forfettario e a quello di vantaggio per i contribuenti di minori dimensione. In questo modo la platea verrebbe circoscritta alle imprese di grande dimensione e soprattutto ai big della rete- le Over the Top: Google, Facebook, Amazon ma anche Apple, Expedia, Airbnb ecc.

“La ratio – si legge nella relazione alla proposta di legge presentata da Francesco Boccia nel 2013 (AC 1662) – è quella di contrastare l’evasione fiscale tipica delle transazioni online, intese come commercio elettronico diretto o indiretto che sfuggono al regime di tassazione dei Paesi dove vengono fruiti i beni o i servizi venduti e sui quali si producono ricavi.

L’esigenza è quella di non consentire che società estere non paghino le tasse nei Paesi dove operano, ma in quelli dove hanno la sede legale che, molto spesso, hanno un’imposizione fiscale molto più bassa di quella dei Paesi dell’Unione europea.

Per evitare la doppia imposizione delle imprese italiane, “i clienti dei servizi web trattengono il 6% dalla fattura e lo versano agendo da sostituti di imposta. I fornitori di questi servizi in sostanza fatturano 100 e ne guadagnano 94 perché il 6% lo tiene il cliente per versarlo allo Stato.

Queste imprese che si vedono trattenuto il 6% hanno diritto a un credito di imposta di pari entità che può essere utilizzato per diminuire il versamento che il soggetto dovrà fare allo Stato per le sue attività.

Non saranno più le imprese a operare da sostituti d’imposta ma gli intermediari finanziari, a partire dalle banche. Entro il 30 aprile 2018 il ministero dell’Economia dovrà emanare un decreto ad hoc per individuare i servizi da sottoporre all’imposta.

Il gettito della webtax made in Italy sulle transazioni per i servizi digitali “potrebbe essere intorno ai 100 e 200 milioni di euro nei primi anni, e mano a mano che le cose vanno avanti è ragionevole pensare che si potrebbe arrivare a un miliardo di euro. Non una cifra enorme, ma neanche trascurabile” dice Mucchetti,  anche se lo stesso senatore ha raccomandato “grande cautela” nello stimare il gettito iniziale della nuova imposta, anche in considerazione dei tempi di avvio della “macchina” dell’Agenzia delle entrate.

La Commissione Europea sul tema della web tax ha appena lanciato una consultazione pubblica, che si concluderà il prossimo gennaio, ed è rivolta alle imprese e ai cittadini europei per vedere se siano d’accordo sull’applicazione di una web tax europea.

Vittorio Zenardi

 

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