Istat, boom degli occupati e lato oscuro del nuovo lavoro

Economia In Rilievo

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Si creano nuovi posti di lavoro ma pagati male, per poche ore a settimana e di bassa qualità.  Così spiegano i dati Istat sul lavoro. Non ci sono mai così tanti occupati negli ultimi 40 anni. Secondo l’Istituto nazionale di statistica, a novembre sono stati 23.183.000, con un aumento di 65mila unità rispetto a ottobre e di 345mila rispetto a dodici mesi fa.  Gli occupati aumentano di 65 mila unità, di cui 68 mila dipendenti, mentre 3000 autonomi hanno cessato di lavorare. Ma di questi 68 mila nuovi lavoratori, ben 54 mila hanno sottoscritto contratti a termine.

Come ha detto il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti “I dati indicano che si è fatto un altro passo nella direzione giusta e che si rafforzano le tendenze positive di medio-lungo periodo, in linea con il consolidamento della crescita dell’economia”. Il governo esulta ma i dati sono chiarissimi. Da quando si è esaurita la spinta degli incentivi alle nuove assunzioni le tipologie di contratti più precari hanno di gran lunga sopravanzato quelli stabili. Insomma tanta quantità e poca qualità dei lavori, come ha analizzato Dario Di Vico sul Corriere della Sera. “Molto dipende dalla spinta dei servizi a basso valore aggiunto e dai contratti stagionali legati al turismo e alle feste di fine d’anno ma anche nella manifattura la ricerca della flessibilità ha avuto la meglio sul jobs act”. A ingrossare le fila di chi ha trovato un posto sono soprattutto lavoratori inquadrati nelle qualifiche più basse: addetti alle vendite e ai servizi personali, occupati nelle attività di noleggio, nelle agenzie di viaggio e nelle agenzie immobiliari, nei servizi di supporto alle imprese,nei trasporti e nelle attività di magazzinaggio, come nelle attività legate ai servizi di alloggio e ristorazione. Tutte professioni a cui corrispondono salari modesti e una produttività piuttosto bassa.  

Semplificando all’osso si può affermare che ha ragione il governo a dire che il mercato del lavoro riparte ma, allo stesso tempo, è nel giusto anche chi mette in evidenza la precarietà e il basso livello salariale dei nuovi impieghi. Il Pil dell’Italia cresce e continuerà a farlo nei prossimi anni ma è ultima in Europa in termini di crescita nel 2017, e le proiezioni non sono migliori nel 2018 e 2019. I prossimi mesi saranno cruciali per comprendere in che direzione andrà il mercato del lavoro e se il sistema avrà la forza di creare impieghi di qualità. Unica via per realizzare questo scenario  è quello rappresentato da una situazione in cui le imprese credono nel clima di fiducia economica così da allargare stabilmente il numero degli assunti diminuendo il ricorso ai contratti a termine che stanno gonfiando le statistiche.  

Allo stato attuale, la ripresa c’è ma siamo parecchio distanti dai numeri necessari a ripristinare un mercato del lavoro capace di assorbire con soddisfazione l’offerta di lavoro e di restituire uno stato di benessere al nostro Paese. 

 

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