Davos, Bagnai: “Da sinistra scelgo Lega e capisco Trump. Liberismo è morto”

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Protezionismo alla Trump o globalizzazione? Lo Speciale ha intervistato l’economista Alberto Bagnai, candidato alle elezioni politiche con la Lega di Salvini. Tanti gli argomenti sul tappeto ad iniziare dal Forum mondiale economico di Davos dove è in atto lo scontro fra il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, deciso ad imporre dazi doganali addirittura fino al 50% sui prodotti cinesi, e i cosiddetti paesi emergenti come l’India paladini del globalismo. Quello che molti si chiedono è se la globalizzazione sia ormai giunta al capolinea e quali rischi correrà l’Europa.

Professor Bagnai, iniziamo dalla sua decisione di candidarsi con la Lega. Molti hanno espresso dubbi sul fatto che lei, uomo di sinistra, abbia scelto una forza considerata sovranista e populista. Come risponde?

Il dato di fatto è che la sinistra partitica, per un meccanismo che molti politologi hanno ben evidenziato, sta facendo politiche di destra come il Jobs Act e la Legge Fornero. Quindi se vogliamo andare oltre il significato delle parole, è molto più progressista e keynesiano il programma di Salvini che quello dei suoi oppositori. Nella mia scelta non c’è proprio nulla di particolarmente strano da dover preoccupare gli elettori, tranne quelli ovviamente legati alle etichette. Chi è legato alle etichette poi però ragiona per schemi, del tipo ‘l’Europa non si tocca perché a rischio la pace’ e si tiene poi la crisi più lunga della storia dell’Italia unita. Una crisi che alla fine si merita pure non andando oltre una visione decisamente superficiale”.

Cosa c’è nel programma di Salvini che l’ha convinta a schierarsi e a non fare altre scelte?

“I punti di sintonia sono tanti. In primo luogo c’è la politica economica e la volontà di porsi in posizione critica e dialettica con l’Europa anziché come esecutori passivi delle direttive di Bruxelles. Il Pd non solo esegue i diktat della Ue ma addirittura nel caso della legge sul bail-in ne ha addirittura anticipato l’entrata in vigore con tutti i danni che conosciamo. Poi con la Lega mi trovo anche in sintonia sull’esigenza di regolare i flussi migratori evitando di fare come il Pd che ha prima aperto le frontiere senza limiti  e poi ha tentato di correre ai ripari fino a proporre il numero chiuso. Preferisco essere fra quelli che i problemi cercano di evitarli, non di inseguirli, come avvenuto con l’euro: ho detto che non avrebbe funzionato prima di tanti altri ed eravamo in pochi, oggi a dirlo siamo molti di più”.

Intanto però fra Berlusconi e Salvini è scontro sul tetto del 3% del rapporto debito-Pil. Il leader forzista, davanti ai rappresentanti della Ue,  si è detto pronto a rispettarlo. Come se ne esce?

“La mediazione politica ci sarà sicuramente e dipenderà dai risultati elettorali. Tuttavia non mi dispiace affatto che Berlusconi abbia dei referenti europei e che mantenga con questi buoni rapporti. Con le istituzioni europee dobbiamo comunque avere un atteggiamento di dialogo, non di scontro frontale, pur mantenendo come obiettivo prioritario quello di difendere i nostri interessi”.

A Davos si è riaperto lo scontro fra protezionisti e globalisti, dopo le ultime mosse annunciate da Trump sul ripristino dei dazi doganali sui prodotti d’importazione cinesi. Inizia una nuova era all’insegna della rottura con la globalizzazione?

“Direi che più che all’inizio, siamo alla fine di una vecchia era e con questo intendo dire che il liberismo, l’ideologia che ha ispirato la globalizzazione, è ormai un modello vecchio che si basa su una visione profondamente classista e sbagliata della società. Questa filosofia presuppone che prima mi proteggo per far crescere le mie industrie e poi quando sono diventato forte liberalizzo i mercati per vendere i miei prodotti. Questo meccanismo è stato tenuto nei secoli scorsi dai grandi paesi occidentali, mentre i paesi cosiddetti emergenti non sono disposti a subire un trattamento simile. L’Europa in questo caso crea un enorme problema perché, caricando nel progetto di moneta unica i debiti del Sud,  ha portato la Germania ad imporre una zavorra all’euro che è molto basso rispetto alla sua economia. Avendo quindi una valuta molto bassa, e quindi dei prezzi molto favorevoli per i suoi prodotti, di fatto la Germania ha finito per imporre un dazio sul resto del mondo. Non a caso sono ormai tre anni che il dipartimento del tesoro americano mette la Germania nella lista dei paesi manipolatori di valuta come la Cina”. 

Ci può essere una terza via fra protezionismo e globalismo?

Mi chiedo che senso abbia andare a Roma in un supermercato francese per comperare una mela che viene dal Cile. Ha senso tutto questo? Io rispondo di no. E’ giusto per esigenze economiche, strategiche ed ecologiche che si punti ad un modello diverso, basato su filiere più corte e basi industriali diversificate fra paesi. Una protezione intelligente in quest’ottica è assolutamente necessaria. Del resto i nostri partner europei già la praticano questa protezione. Sa benissimo quanti ostacoli incontrano i capitali italiani quando tentano di acquisire un cliente francese. Dal punto di vista teorico la globalizzazione non ha fondamenta solide, dal punto di vista pratico appare evidente quanto per noi significhi beccarsi tante porte in faccia”. 

C’è chi teme che gli Usa con la politica di Trump finiranno con il rubare capitali e aziende alla Ue. Condivide queste preoccupazioni?

Se avessimo mantenuto un sistema monetario tale da consentire alla Germania di rivalutare la propria moneta e a noi di avere monete che rispettassero i valori dei rispettivi fondamentali, il problema dei dazi nemmeno si sarebbe posto. I dazi infatti sono la risposta di Trump all’ingiusto vantaggio che l’euro concede alla Germania. Per la seconda volta in meno di cento anni un regime italiano si allea con un regime tedesco per fare la guerra all’America e perderla. Questa è la situazione in cui ci troviamo oggi”.

 

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