Facebook, parla Roberta Bruzzone: “E’ vero spionaggio”

Interviste

Furto dati da Facebook, parla a Lo Speciale la criminologa Roberta Bruzzone da sempre molto attiva nel denunciare gli abusi dei social e a sollecitare regole ferree per chi si muove in rete. Secondo le rivelazioni di una fonte ritenuta dai media più che attendibile, 50 milioni di profili sarebbero stati rubati da Facebook per poi essere utilizzati con l’intento di influenzare le elezioni tanto in America che in Europa. Sotto accusa c’è Cambridge Analytica, la società inglese di analisi di “big data” il cui account è stato sospeso da Facebook per avere “ingannato” il social network e violato le politiche di gestione dati degli utenti. Le rivelazioni sarebbero frutto delle dichiarazioni di un ex dipendente della società.

LEGGI SU LO SPECIALE IL RUOLO DI BANNON IN CAMBRIDGE ANALYTICA

Dottoressa Bruzzone, la sorprende quanto sta emergendo con la vicenda del furto dei dati da Facebook?

“Assolutamente no, è la conferma di ciò che andiamo denunciando da anni mettendo in discussione la sacralità della cultura dei social media. La dinamica è sconvolgente. Noi cediamo informazioni della nostra vita, anche le più intime, a chi poi ne fa un uso per i fini più disparati, non solo purtroppo di natura commerciale. Nulla di nuovo sotto il sole. Non c’è da sorprendersi più di tanto. Che potessero accadere simili vicende direi che era ampiamente prevedibile”.

I social però sono da sempre un simbolo di libertà, al punto che alcuni paesi non propriamente democratici ne vietano l’utilizzo. Verrebbe da chiedersi provocatoriamente se a questo punto, di fronte all’uso che se ne fa a scopo manipolativo, tutto sommato non sia giusto almeno limitarne il potere?

“La libertà dei social è in realtà molto aleatoria. Spesso viene spacciata per libertà quella che è invece a tutti gli effetti una sorta di cattura di informazioni fornite spontaneamente dagli utenti. Invece di andarle a cercare, questo tipo di sistema consente di ottenerle nel modo più semplice facendo leva sul bisogno di ogni essere umano: quello cioè di avere visibilità e di essere apprezzato dagli altri. Una macchina di spionaggio organizzata in maniera geniale. Diversamente da ciò che avveniva in passato, quando certi dati dovevano essere ricercati anche con una notevole difficoltà, oggi vengono serviti su un piatto d’argento direttamente dal soggetto interessato”.

Fermo restando che ogni forma di censura è da rigettare, è possibile un equilibrio fra libertà dei social e tutela degli utenti?

“L’equilibrio ci potrà essere soltanto se l’utente finale verrà adeguatamente formato nel gestire questi aspetti. Deve essere consapevole dello scenario in cui sta operando ed essere in grado di stabilire quali informazioni private possono essere divulgate e messe in condivisone. Il problema è come sempre il fattore umano. Nessun sistema, anche il più sicuro, è migliore del più cretino dei suoi utilizzatori. Leggendo quello che passa sui social media è evidente come il livello intellettivo delle persone non sia dei più incoraggianti”.

 

Zuckerberg a questo punto cosa rischia?

“E’ il proprietario di Facebook e di tutte le piattaforme ad esso collegate a vario titolo. Molto probabilmente dovrà rispondere di utilizzo malevolo dei dati, soprattutto se non dimostrerà di aver messo in atto tutte le necessarie precauzioni tecnologiche utili a prevenire certi rischi. Credo che difficilmente riuscirà a farlo e dovrà rispondere penalmente in concorso con altri”.

Siamo al tramonto di Facebook?

“Non credo proprio, perché ormai si è creata una forte dipendenza dai social media e da Facebook in particolare. Molte persone non hanno nemmeno compreso la gravità di quanto accaduto e sono talmente assuefatte al loro presunto diritto di esternare il proprio libero pensiero, anche in modo sgangherato e sgrammaticato, che difficilmente saranno pronte a fare un passo indietro. Anche perché a queste persone interessa molto poco che la loro privacy possa essere violata, gli interessa solo apparire. Quando Umberto Eco parlava di ‘legioni di imbecilli’ non è che ci andava molto lontano”.

Cosa accadrà adesso?

“Come prima cosa dovranno essere valutati gli aspetti legali. Mi auguro che ci saranno accurate azioni di controllo da parte degli stati con l’introduzione di parametri che possano garantire al massimo la privacy degli utenti. Spero in una maggiore vigilanza e in una forte opera di prevenzione dei rischi, ma temo cambierà poco o nulla. Di sicuro non ci sarà un cambio di mentalità, nè una maggiore attenzione da parte degli utenti nel fornire le informazioni”. 

Se un giornalista diffama qualcuno viene querelato e ne risponde penalmente. Sui social invece continua a divampare la libertà di insulto, di ingiuria e diffamazione. Possibile non si riesca a fermare questo imbarbarimento?

“Anche chi offende sui social-media teoricamente incorre nel reato di diffamazione aggravata. Il problema è che il web è ormai diventato un autentico vomitatoio di frustrazioni personali da parte di svariati soggetti, non soltanto con problematiche psicologiche, ma addirittura di interesse psichiatrico. Le forze di polizia si ritrovano subissate di denunce, cui però diventa oggettivamente difficile dare seguito trovandosi di fronte a numeri spaventosi”. 

Condividi!

Tagged