Vannini, Bruzzone: “Se impianto reggerà, niente carcere a famiglia di Ciontoli”

Interviste

Delitto Vannini, condanne ridotte per tutti gli imputati. Parla a Lo Speciale la criminologa Roberta Bruzzone. Il Tribunale di Roma ha condannato l’intera famiglia Ciontoli per la morte di Marco Vannini, il bagnino di 21 anni di Cerveteri ucciso da un colpo di pistola partito da una Beretta calibro 9 mentre si trovava a casa della fidanzata Martina Ciontoli a Ladispoli il 18 maggio 2015. Ma le condanne sono state di gran lunga inferiori alle richieste della Procura. Antonio Ciontoli. il padre di Martina che si è assunto la responsabilità del colpo partito a suo dire accidentalmente, è stato condannato a 14 anni; tre anni di reclusione invece per omicidio colposo a Martina, alla madre e al fratello Federico accusati di aver tardato la chiamata al 118, mentre è stata assolta Viola la fidanzata di Federico presente nell’abitazione quella sera. La madre di Vannini ha urlato “Vergogna” all’indirizzo della Corte dopo la lettura della sentenza forte di quelle perizie medico scientifiche in base alle quali sarebbe stato appurato che un immediato intervento dei sanitari avrebbe potuto salvare la vita di Marco.

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La sentenza ha sorpreso molti per le pene giudicate troppe lievi. Anche lei è dello stesso avviso?

“I giudici hanno ritenuto di apportare delle sostanziali modifiche rispetto a ciò che era contenuto nel capo di imputazione. L’omicidio volontario alla fine è rimasto soltanto in capo ad Antonio Ciontoli, il padre di Martina, ma con la concessione delle attenuanti generiche conteggiate al massimo, dalla pena di 21 anni chiesta dal Pm si è scesi a 14. Ora dovremo leggere le motivazioni della sentenza, anche se non nascondo di nutrire personalmente forti perplessità sul riconoscimento delle attenuanti”.

E per ciò che riguarda il resto della famiglia?

“Qui l’ipotesi di reato è stata addirittura derubricata, passando nel caso della moglie di Ciontoli e dei due figli da concorso in omicidio volontario ad omicidio colposo. Anche qui conteggiando le attenuanti generiche al massimo si è giunti ad una condanna mite. E’ chiaro che se questo impianto reggerà fino alla Cassazione nessuno dei tre andrà mai in carcere. Non mi stupisce invece l’assoluzione della Giorgetti, la fidanzata di Federico Ciontoli, visto che la sua posizione era comunque la meno rilevante. Certo non era una bambina, quindi avrebbe potuto benissimo telefonare autonomamente al 118 per allertare i soccorsi vedendo Marco in quello stato, ma alla fine le sue responsabilità risultavano comunque del tutto marginali. Ritengo che i giudici siano stati eccessivamente morbidi nella loro decisione. Ma è una mia impressione, poi come detto andranno lette le motivazioni”.

Un’idea se l’è fatta del perché i giudici abbiano deciso in tal senso?

“Mi pare che la strategia della Corte sia stata quella di ritenere responsabile univoco del delitto Antonio Ciontoli e considerare gli altri in una posizione diversa. E’ come se il collegio giudicante avesse accettato la tesi in base alla quale Ciontoli padre avrebbe convinto tutti gli altri, presenti sulla scena del delitto, che la situazione del ragazzo non era così grave da richiedere l’immediatezza dei soccorsi. La moglie e i figli non avrebbero saputo comprendere la reale portata della situazione fidandosi delle rassicurazioni dell’uomo. Mi sembra questa la linea logica che i giudici avrebbero seguito”.

La madre di Vannini ha urlato in aula tutta la sua rabbia. A questo punto cosa può fare di fronte a questa sentenza?

“Credo che lo sfogo della donna sia più che comprensibile umanamente. Ovviamente la famiglia di Marco si aspettava che venissero accolte le richieste dell’accusa. Ora bisognerà capire cosa intende fare la Procura di Civitavecchia, se vorrà o meno ricorrere in appello. Se non lo farà, la parte civile avrà le mani legate, potrà fare appello soltanto sul piano civilistico senza pensare di poter ottenere condanne diverse da quelle inflitte”.

Le versioni sulla morte del ragazzo, giudicate dalla Procura contraddittorie e inverosimili al punto da costituire quasi una prova della colpevolezza degli imputati, nel giudizio finale quanto hanno effettivamente contato?

“Guardi, io pensavo che qui non ci fossero le condizioni per concedere le attenuanti generiche in maniera così larga proprio perché, seguendo il processo, ho notato un atteggiamento scarsamente collaborativo da parte degli imputati e chiaramente improntato invece a nascondere la verità. I giudici hanno deciso diversamente. Può darsi pure che la decisione di calcolare le attenuanti al massimo abbia una ragione più che logica, ma questo potremo capirlo soltanto dalla lettura delle motivazioni. Allo stato attuale non posso che rispettare la sentenza anche se fatico a comprenderla sulla base delle condotte tenute dagli imputati”.

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