Raid Casamonica, Bruzzone: “Vi spiego la ‘nuova’ mafia senza codici”

Interviste

Raid dei Casamonica in un bar di Roma-Est, la polizia ha arrestato due appartenenti al clan e ne sta ricercando altri due individuati dai filmati delle telecamere. La Procura di Roma oltre che per per lesioni, minacce e danneggiamento sta valutando se contestare agli indagati anche l’aggravante mafiosa. Ci sono gli estremi per farlo? Lo Speciale lo ha chiesto alla criminologa Roberta Bruzzone. Il primo aprile scorso, giorno di Pasqua, due esponenti del clan Casamonica che, sulla base di quanto sostenuto da inchieste dell’Antimafia, sembrerebbe spadroneggiare nelle periferie sud-est della Capitale, sarebbero entrati nel bar per comprare le sigarette ma poiché il barista non li ha serviti subito avrebbero deciso di “punirlo” devastandogli il locale. Una ragazza disabile ha osato protestare per tanta violenza e per tutta risposta sarebbe stata pestata con pugni e cinghiate.

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Ha ragione la Procura di Roma a contestare l’aggravante mafiosa?

“La Procura ha intrapreso la strada giusta di fronte a certi gruppi di cui sembra essere nota l’estrazione criminale. Contestare l’aggravante mafiosa può tornare sicuramente utile per meglio inquadrare e delineare la gravità di certe azioni.  E’ chiaro che certi episodi hanno come principale obiettivo quello di massimizzare i profitti criminali del clan cui questi soggetti appartengono. Quindi ritengo ci siano tutti gli estremi per poterla contestare”.

C’è anche una sfida allo Stato dietro certe azioni? Il voler rimarcare un’autorità imposta con la forza criminale che trasgredisce il codice penale quasi con la certezza dell’impunità?

“E’ evidente che siamo in presenza di una grande spavalderia criminale. Oltre la gravità del gesto compiuto non si può non leggere un messaggio chiaro rivolto a rimarcare il potere del clan su quel territorio. Della serie: qui comandiamo noi e voi non ci potere fare nulla, dovete sottostare alla nostra legge. Fa bene lo Stato a rispondere in maniera netta anche contestando l’aggravante mafiosa. Nel riconoscere queste organizzazioni come mafiose, lo Stato dimostra di essere pronto ad impiegare tutti gli strumenti di cui dispone, per contrastarne l’azione”. 

Sembra che la furia degli aggressori sia scattata perché il barista non avrebbe riconosciuto loro un diritto di precedenza sugli altri clienti. E’ stato un pretesto per scatenare una violenza già programmata per dare un messaggio al titolare del locale, o è stato soltanto un gesto di spavalderia scaturito sul momento?

“Questo non lo so, anche perché non ho approfondito la questione. La spavalderia sicuramente è elemento che caratterizza questo tipo di persone che si sentono onnipotenti proprio dall’appartenenza al gruppo che controlla quel territorio con la legge del più forte. Dall’altra parte c’è sicuramente la volontà di ribadire la loro supremazia rispetto agli altri abitanti della zona che non sono organici al clan e che sono in questo modo invitati a non alzare troppo la testa. C’è anche una certezza dell’impunità, perché altrimenti non agirebbero con così tanta leggerezza ed in maniera plateale. E’ questa la vera sfida allo Stato, fare cose gravissime con la convinzione che tanto certi atteggiamenti non saranno puniti. Ecco perché dico che le istituzioni devono reagire con forza”.

L’essersi scagliati contro una disabile indifesa, colpendola con tanta violenza, che sta a significare?

“Che questa gente non ha più rispetto di nulla, neanche dei soggetti deboli impossibilitati a difendersi. Siamo in presenza di persone allucinanti e dotati di una componente criminale che non conosce confini”.

Siamo in presenza di una degenerazione della mafia? Un tempo anche la criminalità aveva delle regole da rispettare e dei limiti da non travalicare. 

“Non c’è dubbio. Siamo in presenza di una nuova generazione di mafia che ha rifiutato quel vecchio codice mafioso che comunque conosceva dei limiti e tutelava particolari soggetti più deboli. Questa nuova generazione è ancora più pericolosa perché totalmente imprevedibile e disposta a non fermarsi davanti a niente e a nessuno”.  

A tre anni dallo scandalo provocato dal fastoso funerale del boss Casamonica, si sta sempre allo stesso punto? Il clan continua a comandare e a dettare incontrastato la sua legge? Nulla è cambiato?

“Purtroppo è così. Quello che accadde all’epoca fu abbastanza sconcertante sotto diversi profili ad iniziare da quello della sicurezza pubblica e dimostrò che esisteva davvero un altro mondo a Roma, del tutto opposto a  quello civile. Quest’ultimo episodio non fa che confermare quello che tutti pensammo allora, ossia che esistono gruppi di persone che vivono seguendo regole proprie, del tutto estranee al vivere civile e al codice penale e che sono pronti ad ostentare questa loro diversità in tutte le maniere, con la violenza e non solo. Penso sia giunto il momento di dare un segnale forte. E lo ripeto, questo segnale dal punto di vista normativo può arrivare anche contestando l’aggravante mafiosa”.

 

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