Giovedì o il governo giallo-verde o lo scontro istituzionale col Colle

Politica

Fattore “G”. Come giovedì. E’ il giorno che Giorgetti, dominus di Salvini, annunciandolo a Porta a Porta, ha stabilito come il punto di non ritorno per tutto, “l’ultimo minuto o secondo, dove si può vedere se la speranza sparisce o fiorisce”. Ossia, l’ora x per far saltare le trattative o per far partire in extremis un governo politico giallo-verde.

Lui, il numero due leghista, l’ha detto col suo sorriso proverbiale che non è propriamente solo caratteriale, ma anche da informato dei fatti, di uno che la sa lunga. Del resto, questi “ultimi giorni di Pompei” si stanno caratterizzando come “l’agonia da stress telefonico”.

Un tempo erano i patti delle crostate, le cene di Arcore, i patti del gambero, oggi si è più tecnologici e veloci. In tv si litiga, sul filo della cornetta o sul mobile, si dialoga, si costruisce.
Perché giovedì? Perché oggi il capo dello Stato Sergio Mattarella, sceglierà il suo premier “neutro e di servizio”, con relativi ministri. Un disegno che riguarda figure terze o presunte tali, neo-post-tecniche, che dovrebbero incassare il consenso trasversale di tutti. Invece, questo è il tema, il consenso di tutti non c’è. Per il momento, soltanto il Pd si è detto disponibile.

Tra oggi e domani, infatti, si potrebbe consumare il più grave conflitto istituzionale che Repubblica ricordi. Da una parte, il presidente, che in caso di bocciatura parlamentare del suo esecutivo, avrà due strade obbligate da percorrere: o ritira il gabinetto, prende atto della sconfitta, e scioglie le Camere, o continua, insiste, avviando un pericoloso braccio di ferro con i partiti, soprattutto quelli che hanno vinto il 4 marzo: lui nomina, predispone e i partiti non danno la fiducia e così via. Un governo delegittimato (ma, al di là delle regole costituzionali, suonerebbe in qualsiasi caso come una delegittimazione de facto del Quirinale), debole, senza fiducia, azzoppato e senza credibilità né nazionale, né internazionale. Si pensi con che forza gestirebbe le politiche finanziarie, la legge di stabilità, la rinegoziazione dei trattati internazionali (sui migranti), il blocco dell’aumento dell’Iva etc.

Totalmente condizionato dai no di Camera e Senato. Governo minoritario senza arte né parte. Unicamente concepito rimandare il voto, per saltare l’estate (il capo dello Stato spera nel prossimo anno o in un ripensamento collettivo).

A meno che, Lega e 5Stelle facciano quello che non sono riusciti a fare finora, in questi 65 giorni. Diano il via ad un governo politico. Ma qui torna come un mantra il passo indietro di Silvio Berlusconi. E pare, secondo precise indiscrezioni, che una certa cornice esista: appoggio esterno di Fi ad un esecutivo Salvini-Di Maio, guidato da un esponente che goda della loro fiducia, e consenso esclusivamente, da parte degli azzurri, a quei provvedimenti previsti dal programma del centro-destra.

La stessa Anna Maria Bernini, presidente del gruppo forzista di Palazzo Madama, lo ha fatto capire tra le righe: “La trattativa non si è chiusa”.
Resta un punto da chiarire: la ragione per cui i leghisti hanno rilanciato con Di Maio, quando ogni cosa sembrava compromessa, tramontata…

Per evitare la nuova sinergia tra Berlusconi e Renzi, sempre in sintonia già prima del voto (il progetto del Nazareno, il governo delle Larghe Intese), rimodulata dentro il tentativo di Mattarella: Renzi che ha fatto dire di sì ai suoi, il Cavaliere che non gradisce il voto in estate. Una convergenza di fatto. Il lancio in avanti della palla dei leghisti serviva proprio a stanare il Cavaliere: vuoi vedere che stava pensando ad un governo della Larghe Intese (col nome neutro), gradito alla Ue, e benedetto dal Colle?
Agendo di sorpresa, quindi, Salvini ha obbligato Berlusconi a rimettersi a cuccia. Ma ora, col passo indietro, non può umiliare il suo ex-potente alleato.
Pure i passi di lato vanno concepiti e gestiti bene.

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