Rete e gazebo di Di Maio e Salvini: l’alibi per sfilarsi o la “mina” a Mattarella

Politica

Rete e gazebo, due facce della stessa realtà, che restituiscono parzialmente la sovranità alla cosiddetta base, spesso ignorata dai vertici dei partiti. Domanda: sono strumento di consenso o referendum vero tra un sì e un no?

Questo, infatti, sarà il problema di Lega e 5Stelle, che hanno annunciato il ricorso al giudizio dei loro iscritti, associati, simpatizzanti, militanti, entro la fine di questa settimana. Giudizio sull’azione che stanno conducendo, e che dovrebbe portare alla costituzione del primo governo giallo-verde della storia repubblicana.

Ma c’è un dubbio (e non solo uno) non da poco: certe consultazioni si fanno per vincerle o per perderle? E’ un modo per darsi maggiore forza, o per sfilarsi, per uscire puliti da un’impasse drammatica (che comunque non eviterà la conta delle vittime)? E poi, il quesito: sarà la sterile riproposizione dei temi della campagna elettorale, su cui, tra l’altro Lega e 5Stelle sono difficilmente compatibili (immigrazione, Europa, sicurezza, economia) e se ne stanno accorgendo ora; o il semplice mandato a continuare la sintesi tra i due soggetti politici?

Le risposte albergano solo dentro la testa di Salvini e Di Maio. Certo, le trattative per Palazzo Chigi, dopo una partenza positiva, sono ferme, quasi sul punto di bloccarsi. E non è una mera questione di nomi, ma di idee e di ricette per l’Italia.

Anche perché, dall’esito dei gazebo e della rete, lo scenario potrebbe addirittura diventare conflittuale, in senso orizzontale tra i partiti e in senso verticale, tra i diretti interessati e il capo dello Stato.

Veniamo al punto: se vincono i no, Salvini e Di Maio risulteranno fortemente delegittimati dal basso (e non sarà un colpo leggero), ma almeno avranno l’alibi per fermare i giochi e tornare al voto, utilizzando la carta dei reciproci tradimenti, sperando di guadagnare maggiori consensi dalle urne. Se prevalgono i sì, saranno obbligati a trovare dei compromessi possibili, pure a costo di rompere con Sergio Mattarella che, pur formalmente ineccepibile, sta facendo di tutto per mettere loro i bastoni (ideologici) tra le ruote. Col pretesto della Costituzione, il presidente sta puntellando, come ovvio che sia, l’impianto culturale della prima Repubblica e soprattutto, della Ue.

E (ipotesi non tanto peregrina) se vincono i no nei gazebo della Lega, e i sì sulla rete grillina, o viceversa? Il caos. A quel punto, tale caos dovrà essere creativo, esattamente come ci hanno abituato i due giovani leader.

Per concludere, chi di democrazia diretta colpisce, di democrazia diretta perisce. E’ indubbio che il ricorso al consenso della rete e dei gazebo introduca nella dialettica politica un elemento di cambiamento radicale, di stravolgimento del quadro istituzionale. Siamo ancora una repubblica parlamentare che fonda la sua esistenza sulla mediazione di Camera e Senato. I partiti populisti, già hanno perforato e ottenuto molti crediti, con la semplificazione del linguaggio e col rapporto diretto col popolo. Ora anche gli strumenti di consenso immediato che di fatto scavalcano gli scranni parlamentari. Lo scontro con Mattarella (che rappresenta il Palazzo) e i suoi strumenti classici, non è nato a caso e certamente non si fermerà. E per ora vince Mattarella.

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