Il Financial Times torna ad occuparsi dell’Italia e Prodi dell’anti-europeismo

Economia In Rilievo

Governo giallo-verde, il Financial Times torna ad occuparsi dell’Italia (e dell’atteggiamento rilassato degli investitori che “ora potrebbe cambiare”) e Prodi parla dell’anti-europeismo galoppante. 

“I populisti italiani agitano i mercati proponendo un ritorno ai parametri pre-Maastricht” scrive James Politi sul Financial Times in riferimento al contratto di governo giallo-verde e alla reazione dei mercati sulla bozza che apre alla possibilità di voler tornare all’era precedente alle regole di bilancio dell’Ue.

Agli investitori non piace, e questo si sapeva.

Secondo Politi “finora gli investitori erano rimasti calmi di fronte alla prospettiva di una coalizione guidata da M5S-Lega, ma questo atteggiamento rilassato dei mercati potrebbe cambiare nel caso in cui un governo populista in Italia dovesse veramente decidere di tornare all’era pre-Maastricht”.

“La bozza di accordo – spiega ancora il giornalista – prevede anche di chiedere alla Bce di cancellare 250 miliardi di debito italiano, un’altra idea molto controversa che potrebbe innervosire i mercati”. Nell’articolo Politi ricorda poi che i rendimenti di titoli di stato sono saliti e riferisce della pesante chiusura della Borsa di Milano ieri, e conclude sostenendo che “non è chiaro se la proposta dei due leader della coalizione M5s-Lega possa andare fino in fondo, ma potrebbe essere solo un compromesso politico che non si tradurrà in azione”.

A non farsi una ragione di quanto sta accadendo in Italia e di riflesso in Europa, o meglio a ragionare sull’antieuropeismo che sta montando e che non viene compreso completamente, è stato invece l’ex presidente della Commissione Ue ed ex premier Romano Prodi che in una intervista al Corriere della Sera ha dichiarato: “Il continente è pieno di cartelli con la bandiera a dodici stelle. Dicono ‘Quest’opera è stata realizzata con fondi Ue’. Eppure l’antieuropeismo prospera anche attorno a questi cartelli”.

Una condizione che  che non avrebbe previsto “nemmeno cinque anni fa. Esisteva già la cognizione dell’insufficienza europea, ma si era anche consapevoli della sua indispensabilità. Il punto di rottura è stato la bocciatura della Costituzione europea nel 2004, affossata da Francia e Olanda. Di lì è partito tutto: la critica all’euro, all’allargamento dell’Unione. Ma quando queste cose furono decise erano radicate nelle nostre coscienze e facevano parte delle nostre speranze”.

Le elezioni, da noi, le hanno vinte i partiti euroscettici e “anche in Polonia, in Ungheria. E in Germania, in Olanda, nella stessa Spagna, gli euroscettici si sono irrobustiti. Per questa malattia c’è un solo anticorpo: consegnare, cioè, all’inglese, deliver, fare politica efficace. Andare incontro alla gente, far vedere che si fanno le cose. Detto ciò, la crisi dei sistemi democratici è mondiale. C’è ovunque una tendenza all’autoritarismo, dalle Filippine alla Cina, dalla Turchia alla Russia. Lo stesso Trump si muove in questo solco, pur nei pesi e contrappesi della società americana”.

Il problema però è che questi partiti euro-scettici hanno vinto proprio democraticamente e che l’autoritarismo al contrario è quello che non permetterebbe loro di governare.

Tuttavia, Prodi un’anomalia la ammette: “Il motore franco-tedesco non va in modo armonico. La Francia si è appaltata la politica estera. La Germania, di contrappeso, la politica economica. Whisky e soda non stanno assieme. Kohl e Mitterrand, tra i padri dell’Europa, si erano messi nei panni di tutti gli europei. Oggi Francia e Germania sono nei panni di se stesse, e nemmeno più l’una dell’altra. Ognun per sé. Se fossimo davvero uniti saremmo noi i numeri uno, come lo siamo nella produzione industriale ed export. Oggi l’Europa è un pane mezzo cotto: cattivo, indigesto, ma non si può tornare alla farina e all’acqua. Per farlo diventare buono non si può che finire di cuocerlo”.

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