Dl Dignità, parla Sapelli: “Promuovo il decreto. Imprenditori finora abituati male”

Interviste

E’ guerra sulle cifre del Decreto Dignità e sulla paventata perdita di 8mila posti di lavoro all’anno, previsione inserita nella relazione tecnica di accompagnamento. Si è parlato di una “manina” che avrebbe volontariamente manomesso i dati per sabotare il Decreto, dopo che inizialmente era nato un braccio di ferro fra Ministero dell’Economia e Ministero dello Sviluppo Economico sulle responsabilità. Poi sono stati gli stessi ministri Tria e Di Maio con una nota congiunta a sgonfiare le stime e a denunciare presunti interventi manipolatori. In realtà la relazione tecnica conterrebbe dati diffusi dall’Inps, che però il Ministro dell’Economia ha definito “discutibili e privi di base scientifica”. L’occasione però ha riaperto un fronte di polemica fra il Governo e il presidente dell’Istituto previdenziale Tito Boeri, con richiesta di dimissioni da parte di Lega ed M5S. Lo Speciale ha chiesto un commento in merito all’economista Giulio Sapelli già ordinario di Storia economica ed Economia politica presso l’Università di Milano.

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Professore, ha seguito nelle ultime ore la polemica sulle stime del Decreto Dignità: cosa pensa?

“Dal punto di vista metodologico è molto difficile dare dei numeri ed estrapolare delle conseguenze statistiche da un decreto legge non ancora applicato. E’ difficilissimo fare previsioni di macro economia, figurarsi se si possono fare, come in questo caso, nel campo della micro. Quindi ha perfettamente ragione il ministro Tria a dire che le stime diffuse sono totalmente prive di basi scientifiche”.

Cosa le piace e cosa no di questo provvedimento?

“Il dato fondamentale, e secondo me molto importante, è il fatto che con questo Decreto si passa da una politica del lavoro fondata su contratti a tempo determinato, ad una politica di maggiore stabilizzazione con contratti indeterminati o comunque meno precari. Questa la valenza di fondo. Resta però una distorsione”.

Quale?

“Ritengo non si possa incentivare l’occupazione con delle misure fiscali. Da sempre l’imprenditore assume sulla base delle preferenze che si manifestano in misura della reale volontà di fare investimenti, e della botte di profitto che prevede di acquisire. Tutti i tentativi di agevolare lo sviluppo dei contratti di lavoro con le leve fiscali hanno sempre avuto nella storia dell’economia mondiale degli effetti devastanti. Basti ricordare ciò che diceva Ezio Tarantelli, un maestro in questo campo. Pur permanendo però questo equivoco di fondo e questa pericolosa distorsione, l’intervento è comunque positivo per chi come me crede che le imprese possano migliorare solo con contratti a tempo indeterminato, fatte salve ovviamente le attività stagionali. L’aumento della produttività del lavoro è infatti strettamente collegata al numero di contratti stabili”.

E’ giusto quindi imprimere un cambiamento ponendo un freno agli imprenditori per ciò che concerne il ricorso, spesso eccessivo, al lavoro precario?

“Giustissimo, la misura per altro favorisce le imprese, ad iniziare da quelle piccole e medie. Sono proprio queste infatti quelle più interessate a stabilizzare i lavoratori migliori. Poi per carità, è sempre meglio lavorare sei mesi o un anno che stare a casa senza fare nulla, ma chi sostiene una cosa simile dimostra di avere dell’economia una visione da piccolo giardinetto. Perché non si può ragionare di lavoro al di fuori del contesto economico complessivo. Lavorare per pochi mesi può tornare utile al soggetto interessato ma fa malissimo al sistema economico nel suo complesso perché non crea attaccamento al lavoro né all’azienda, contribuendo alla disgregazione sociale. Avere politici che sostengono il principio che è meglio lavorare poco che niente, denota chiaramente il livello assolutamente mediocre di certa classe politica”.

Ma allora perché si continua a ripetere che il Decreto, scoraggiando i contratti a termine, farà perdere posti di lavoro?

“Perché gli imprenditori sono stati abituati male dal troppo assistenzialismo, sia al nord che al sud. Devono rimettersi a fare investimenti, ritornando ad essere imprenditori e non trivellatori dello Stato come li definiva Salvemini. Si mettano a fare utili sulla loro effettiva capacità produttiva senza aspettare la manna dallo Stato con i decreti fiscali o altri interventi. Gli aiuti non hanno mai portato nulla di buono”.

Oggi però in molti casi all’imprenditore non torna più conveniente la flessibilità rispetto alla stabilità?

“E’ sbagliato ragionare così. Gli imprenditori, quelli veri, hanno tutto l’interesse a tenersi i lavoratori validi piuttosto che cambiarli continuamente, o lasciandoli in balia di contratti a termine. Io penso che sia necessario sempre partire con contratti d’apprendistato. Se l’apprendista non va bene si sostituisce, se è bravo lo si tiene. Che senso ha mandarlo via se lavora bene? L’economia è sempre andata avanti così. Soltanto negli ultimi anni si è assistito a quella che io definisco una follia liberista, che ha portato gli imprenditori a dipendere dai sussidi statali e quindi ad avere maggiore interesse ad investire nella precarietà. Una cosa assurda”.

Se avesse potuto mettere mano al Decreto Dignità cosa avrebbe aggiunto?

“Guardi, il Decreto in sé può anche andare bene, ma purtroppo manca il contesto. Cosa avrei fatto io? Prima avrei promosso una moratoria sulle leggi del lavoro che a mio giudizio devono essere tutte abolite perché favoriscono il precariato, mantenendo soltanto quelle che disciplinano il lavoro delle donne o che vietano lo sfruttamento minorile. L’impianto normativo credo vada smantellato, affidando le politiche del lavoro alla contrattazione fra le parti e all’ordinamento inter-sindacale. Si torni al sano rapporto dialettico fra imprenditori e rappresentanti dei lavoratori. La pretesa di rendere il singolo lavoratore più sicuro con il ricorso alla legge non ha fatto che aumentare il contenzioso giudiziario, a beneficio degli studi legali”.

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