Daisy, non è odio razziale. Ma la società, magari di borghesi annoiati, è malata lo stesso

Politica

Daisy, non c’è odio razziale. La banda di Moncalieri non tira uova in faccia alle persone di colore, ma tira uova in faccia e basta.

Si tratta di dunque di teppisti, teppistelli, chiamateli come volete, che poco hanno a che fare con la formazioni neo fasciste o di odiatori razziali, oppure con le fila dell’estrema destra che subito erano saltate alla mente dell’opposizione e dei mass media.

Magari si tratta di figli della borghesia di Torino, annoiati e viziati, perché no? Oppure di bande di immigrati, e allora sarebbe davvero troppo per la sinistra accettare la contro-realtà al suo pensiero. E quello che stupisce è proprio il pregiudizio con cui è stata affrontata tutte la vicenda.

Ma non è tutto bene quello che finisce bene, c’è tanto odio che va “curato”, tanta rabbia repressa, tante frustrazioni che girano come bombe a mano nelle nostre città, alimentate dal clima di astio politico che non fa che soffiare sul fuoco dei problemi sociali.

Perchè se è vero che non si tratta di razzismo, ci sarebbe anche da interrogarsi su come mai esistono persone che lanciano uova in faccia, chiaramente per far male.

Cosa succede alla società? E’ davvero malata? Cosa vuole? In fondo siamo stati peggio, dopo la guerra l’aria condizionata non esisteva, neanche i tablet o gli smartphone, figurarsi le offerte tre per due o le calze per le donne a pochi soldi. E chi aveva due case? Ce ne era una per un’intera famiglia magari di sette figli.

E sulle percezioni di questa società, rifletteva così Sergio Marchionne, in un bellissimo discorso che sta girando in rete:

Nel nostro Paese ho come l’impressione che ci sia un atteggiamento passivo nei confronti del presente. Un atteggiamento che sta sgretolando uno dei pilastri del nostro stare insieme, del nostro modo di guardare al futuro. E’ come se si pretendesse di aver diritto a un domani migliore senza essere consapevoli che bisogna saperlo conquistare. Non sono un professore di storia, né di sociologia, ma ho pensato da dove è potuto nascere tutto ciò. Le grande conquiste a volta portano risvolti imprevedibili e non voluti Così è successo nel ’68, movimento di lotta pienamente condivisibile che ci ha permesso di compiere enormi passi avanti nelle conquiste sociali e civili, ha avuto purtroppo un effetto devastante nei confronti dell’atteggiamento verso il dovere. Oggi viviamo nell’epoca dei diritti (al posto fisso, al lavoro sotto casa…), sono sacrosanti e vanno tutelati, ma se continuiamo a vivere di soli diritti di diritti moriremo. Questa evoluzione della specie crea una generazione molto più debole di quella precedente, senza il coraggio di lottare, ma con la speranza che qualcun’altro faccia per loro. Una specie di attendismo che è perverso e involutivo. Per questo dobbiamo tornare a un sano senso del dovere, alla consapevolezza che per avere bisogna anche dare, bisogna riscoprire il senso della dignità dell’impegno, il valore del contributo che ognuno può dare al processo di costruzione dell’oggi ma soprattutto del domani.

Ecco, invece di convogliare rabbia e frustrazioni contro i nostri simili (pensiamo che anche dei pensionati sono stati colpiti dal lancio di uova), inconcludenti e “involutive”, perchè non indirizzare quell’energia alla costruzione di qualcosa, e non alla distruzione? Perché fa fatica forse, e il vizio ha degenerato le menti, obbligandole ad atti che non costano tanta fatica e dall’immediato “gusto”.

Ma le cose più belle e più buone, hanno bisogno di tempo per farsi. Come le cattedrali nel MedioEvo (neanche conosciamo il nome dei tanti costruttori che si sono succeduti nel tempo magari non vedendo neanche l’opera a compimento, nessun selfie o epitaffi pomposi per loro) o, più banalmente, come il frutto di una dieta per il nostro corpo dopo mesi di privazioni che hanno provato le nostri menti, portandoci però la salute.

Questa società malata dovrebbe tornare a pensare. Basterebbe anche questo. Magari anche in grande.

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