Tassa su grandi aziende, Sapelli: “E’ patrimoniale mascherata. Così Tria confonde l’Europa”

Interviste

Spunta l’ipotesi di una super tassa per grandi aziende, banche o servizi di rete, per poter avere nella manovra economica 2019 le risorse necessarie a coprire le ricette economiche contemplate dal contratto di governo fra Lega ed M5S. I conti, secondo quanto riportato oggi dal Corriere della Sera, non tornerebbero e il Ministro dell’Economia Giovanni Tria avrebbe detto chiaramente che il deficit non dovrà superare l’1,6% del prodotto lordo. Servirebbero in totale circa 15 miliardi di euro che al momento è molto difficile trovare. Ma c’è chi fa notare come oggi sarebbe controproducente tassare le grandi aziende e le banche senza provocare una dura reazione di Confindustria, o mettendo gli imprenditori nelle condizioni di limitare la produzione, tagliare i posti di lavoro o addirittura scappare dall’Italia. Lo Speciale ha chiesto un commento in merito all’economista Giulio Sapelli, già ordinario di Storia economica ed Economia politica presso l’Università di Milano.

Una super tassa su grandi aziende e banche per trovare le coperture economiche, circa 15 miliardi, per realizzare il contratto di governo senza gravare sui cittadini con aumenti di imposte. In questo momento sarebbe utile una misura simile?

“Sono per principio contrario a forme mascherate di patrimoniale una tantum, che alla fine produrrebbero come unico risultato effettivo scoraggiare gli investimenti e spaventare gli investitori stranieri. Sono proposte che ritengo, sulla scia dei grandi economisti classici, sempre negative”.

Questo governo si era ripromesso di far tornare in Italia le grandi aziende, ma così non si rischia di far scappare quelle che sono rimaste?

“Questo non lo credo possibile. Se un’azienda decide di restare in Italia lo fa perché qui ha la manodopera e un contesto tecnologico favorevole, non è certamente una misura finanziaria sprovveduta a farla scappare. Le aziende non sono signorine volubili, le piccole e medie imprese ma anche le grandi, ad iniziare da quelle tecnologiche, non se ne vanno per lo stormir di fronda di una tassazione. Di certo però queste proposte non aiutano la stabilità e non ci permettono di acquisire una buona immagine all’estero. Le patrimoniali sono sempre scoraggianti”.

Se la misura dovesse essere attuata, c’è da aspettarsi la forte protesta di Confindustria?

Confindustria in verità protesta sempre, quindi lo farà anche stavolta. Penso però che se per una volta si ponesse in posizione propositiva e non protestataria dicendo sì anche a misure diverse dagli sgravi fiscali. forse fornirebbe al Paese un contributo maggiore”.

Secondo il ministro Tria il deficit non dovrà superare l’1,6% del Pil. Condivide?

“Fatico a comprendere questo cambio repentino del ministro Tria che fino a ieri aveva annunciato, credo concordandolo con il premier Conte e con l’intero governo, che il deficit si sarebbe attestato intorno al 2%. Questo calo improvviso all’1,6% mal si concilia, a mio giudizio, con le dichiarazioni del professor Tria circa l’intenzione di contemplare l’immenso programma elettorale di Lega ed M5S. Programma che non può realizzarsi certo in un anno, ma che dovrà necessariamente essere spalmato sull’intera legislatura e anche oltre. Questo 1,6% mi sembra tanto un segnale di arrendevolezza. nel momento in cui invece dobbiamo chiedere all’Unione Europea la possibilità di scorporare gli investimenti dal deficit. Una debolezza quella di Tria che non mi fa certo una buona impressione e temo non contribuisca nemmeno a lanciare segnali di chiarezza alla stessa Europa, confusa con dichiarazioni contraddittorie”.

In conclusione, pensa che il governo riuscirà a trovare la quadra, considerando che si parla di somme nell’ordine dei 15-20 miliardi?

“Molto difficile dirlo. Ci sono tre partiti nel governo”.

Come tre?

“C’è la Lega, c’è il M5S e c’è il partito di Mattarella rappresentato appunto da Tria. Tre partiti che sono in continua conflittualità fra loro, i primi due per ragioni di competizione elettorale, il terzo perchè si sente in dovere di dover rassicurare l’Europa e i mercati internazionali su qualsiasi cosa. Questo porta a scontri quasi quotidiani e a divergenze non facilmente sanabili. Una tensione permanente che non aiuta certo a trovare stabilità e ad affermare quel clima di serenità di cui il Paese avrebbe bisogno”.

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