Christine e Kavanaugh. Se lo stupratore (nell’82) è un pro-life

Politica

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Ormai per molti accusatori è un tema di “confessioni postume”. Donne che prima accettano le vessazioni sessuali per fare carriera, poi 30 anni dopo, si ricordano della violenza e denunciano gli orchi.

Donne che protestano contro gli uomini per definizione, rispolverando un tardo-femminismo che sembrava consegnato alla storia, spesso ad uso e consumo della politica attuale, e magari vengono smentite dai fatti, oppure si scopre che proprio loro si erano comportate da “uomini rovesciati”. Ma se diritti pari sono, sono pari anche i comportamenti e le responsabilità.

Ma qui non voglio rimestare una polemica sterile sulle molestie sessuali, che riguardano, da quando è mondo, i deboli e gli impotenti di sempre, nel senso che non riescono a relazionarsi con l’altro sesso, se non con la prevaricazione o col ricatto lavorativo. Trasformando i rapporti in rapporti di forza, di potere.

Il tema importante da sottolineare, è la denuncia postuma con effetti politici. Ieri tutte le tv americane e mondiali hanno mandato in onda il dramma in diretta della docente Christine Blasey Ford, 51 anni, che sotto giuramento ha confermato le accuse contro Brett Kavanaugh, l’uomo che Donald Trump ha indicato per sostituire il dimissionario Anthony Kennedy alla Corte Suprema.

A parte gli aspetti giuridici: una denuncia su un episodio risalente all’82, cioè 36 anni fa, che la stessa Christine ha detto di non ricordare bene (“forse nell’estate ’82”), e poi la sua parola contro quella del neo-giudice. Ma questo attiene all’inchiesta.

La cosa molto singolare è il moralismo a scoppio ritardato. Se l’oggetto della denuncia fosse stato la violenza sessuale del “giovane ubriaco Brett”, durante una festa, non si vede perché non l’abbia denunciato subito. Lo fa ora affermando che è “un suo preciso dovere civico”: è evidente l’intento (certamente suggerito) politico.

Quindi, non è un questione giudiziaria, ma ideologica. E la mia valutazione, prescinde dalla moralità, reale o presunta, di Kavanaugh. C’è in ballo l’indirizzo culturale di una nazione. Si tratta, la sua eventuale nomina, di una scelta strategica, da parte di Trump, destinata a cambiare l’orientamento della Corte Suprema.

La sua formazione e l’impegno politico di Kavanaugh, come è noto, è pro-life; è un conservatore e potrebbe fare molto contro il laicismo dominante nella società americana, a cominciare dall’aborto a sette mesi, l’ultimo lascito della cultura clintoniana e obamiana.
E’ chiaro che la sua nomina dà molto fastidio. E’ una guerra senza esclusione di colpi? Appena cominciata?

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