Manovra. Ecco perché Tria, l’uomo del Colle, ha capitolato

Politica

L’autunno come noto, non porta bene, è sempre caldo.

Ieri il governo ha sfiorato la sua prima crisi. Non interna, ossia le fibrillazioni tematiche tra Lega e 5Stelle; non esterna, la forza delle opposizioni (al momento debolissime), ma istituzionale: legata al ruolo del ministro Tria. Oggetto della discordia, ovviamente, i conti della Manovra, la maledetta asticella del 2,4%, nel rapporto deficit-pil, che non deve essere superata. Manovra, simbolo del cambiamento, che rischia di diventare l’epitaffio dell’esecutivo.

Una partita all’ultimo sangue che non deve e non dovrà fare sconti a nessuno. E questo i diretti interessati lo sanno benissimo. Di Maio, sempre ieri, l’ha fatto capire urbi et orbi (in primis, i tecnici del Tesoro): “O tutto o non voto. O tutte le risorse per il reddito di cittadinanza, la legge Fornero e i centri per l’impiego, o il Movimento non voterà la manovra. Abbiamo fatto delle promesse e le dobbiamo mantenere.

Noi rappresentiamo 11 milioni di italiani”. I più maligni dicono che questa levata di scudi riguardi in realtà, il duello mediatico con Salvini, che per ora domina i social e i consensi, grazie alle sue politiche-annuncio su migranti, porti chiusi e sicurezza. E l’obiettivo sono le prossime europee, dove la competizione tra i due movimenti populisti sarà l’argomento-principe.

E Tria? Sembrava sul punto di lasciare, ma alla fine, alle 21 di sera, nel corso di un’ulteriore riunione concitata, ha capitolato. Non se ne andrà e accetta di superare il suo 2%. A dire il vero, ci aveva provato nel pomeriggio a mediare: aveva proposto soldi subito per il reddito di cittadinanza, ma con cifre minori e comunque molto minori per il superamento della Fornero. Salvini e Di Maio, di fronte a questa mediazione hanno risposto picche.

E adesso è ovvio che i due Dioscuri di Palazzo Chigi, hanno vinto la prima partita. Ma dopo le affermazioni del capogruppo leghista alla Camera Riccardo Molinari (“Se Tria non fosse più del progetto, troveremmo un altro ministro”), Tria realmente stava sul punto di dimettersi. C’è voluta tutta la moral suasion del capo dello Stato Sergio Mattarella (con una complicata telefonata dal Quirinale), per fermarlo. D’altra parte Tria è l’uomo del Colle. Se dovesse scappare, chi farebbe la guardia europea al governo Conte? Si scrive Tria, si legge spauracchio-Savona.

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