Tria, Mattarella, Grasso: pure l’etimologia contro Salvini e Di Maio

Politica

Nazione, popolo, Costituzione. Ultimamente lo scontro politico si è concentrato sui termini e sul loro esatto significato. Sparite le dicotomie destra-sinistra, liberali-socialisti, liberisti-statalisti, cattolici-laici, grazie al nuovo governo populista, l’approfondimento lessicale è diventato fondamentale, per convincere o far ricredere gli italiani, dopo la sbornia del 4 marzo.

O meglio, considerati inutili i programmi e le ricette, l’opposizione si sta impegnando contro Palazzo Chigi, nel segno della spiegazione “oggettiva” delle parole. E’ l’ultima spiaggia.

Al centro delle confutazioni ci sono gli “ismi”: populismi, sovranismi, nazionalismi, tutti sinonimo di errore, pericolo, manipolazione. Cioè, il dna di Salvini, di Di Maio e dello stesso premier Conte, autonominatosi “avvocato del popolo”.

Sul “Corriere della sera” di ieri, ad esempio, Aldo Grasso, esperto storico di comunicazione, per distinguere le idee dalle ideologie, ha scomodato addirittura lo scrittore cattolico Gustave Thibon, a cui Simone Weil consegnò il famoso manoscritto “La pesantezza e la grazia”, per una gradita recensione. E l’ha fatto ricordando una celebre frase del “filosofo-contadino”: “Diffido degli ismi, che rispetto alla realtà, si comportano come i vermi che si intrufolano nei frutti”.

Come dire, gli ismi sono la degenerazione dei valori: nazionalismo è il verme della nazione; populismo è il verme del popolo. Populismo e nazionalismo (si legga anche sovranismo), quindi, sono il male, un male fuori dalla Costituzione; popolo e nazione sono il bene dentro la Costituzione.

E chi rappresenta oggi il popolo e la nazione? Chi rappresenta la Costituzione? Ovviamente, il Pd, le sinistre, e tutti i fan della Ue.

A parte, Grasso ha dimenticato gli altri ismi, come comunismo, come liberalismo, di cui il suo giornale è espressione. Per carità, tutto lecito, ma almeno un po’ di equità e di obiettività. Si potrebbe fare allora un’altra operazione: distinguere comunismo (male) dal comune (bene), e liberalismo (male) da liberale (bene). E potremmo continuare per ore.

E seconda questione: chi ha pronunciato recentemente queste parole tanto riaccreditate dal politicamente e culturalmente corretto? Il ministro Tria, per liberarsi dall’etichetta di possibile traditore del governo (sulla Manovra), e di uomo del Colle, ha detto che lui è stato eletto “per servire la nazione” (come da giuramento). Rivendicando una sua indipendenza e separandosi, così, dal nazionalismo evidente della Lega e strisciante dei 5Stelle.

E chi, ha dato il carico da undici sui conti? Lo stesso capo dello Stato, Sergio Mattarella, il quale richiamando l’esecutivo, ha ricordato l’articolo 97 della Costituzione (l’equilibrio del bilancio e la sostenibilità del debito pubblico), nel solco di un’altra distinzione lessicale tornata di moda nelle ultime settimane: i sovranisti dicono che “la sovranità appartiene al popolo” (articolo 1), gli istituzionali e le opposizioni correggono con la parte successiva del medesimo articolo: “Che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”.

Non se ne esce. Ma dietro la forma si nasconde la sostanza di una guerra molto politica.

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