Condono. Resa dei “conti” tra Lega e 5Stelle. Chi c’è dietro la manina

Politica

Si può chiamare in un solo modo: sindrome del complotto. Quando sei in difficoltà, per ricompattare il tuo esercito, i tuoi voti, i tuoi militanti e i tuoi parlamentari preoccupati o polemici, gridi alla congiura, semini sospetti, elabori tesi ideologiche, che prevedono sempre un nemico.

E’ il dna dei grillini che, da quando hanno contribuito a formare il primo esecutivo populista della storia della Repubblica italiana, alternano momenti di intelligente pragmatismo, di interessante progettualità a fasi di movimentismo istintivo. E’ sempre colpa di qualcun altro, della massoneria, di Bruxelles, della casta, dei dirigenti statali (Inps, Istat, sondaggisti vari) che in realtà “fanno politica”.

Accuse però, va detto, non prive di fondamenta: è vero che la Ue considera il “modello italiano” come un pericolo; è vero che la casta difende se stessa utilizzando tutti gli apparati che ha a disposizione (settori della magistratura, economici e media); è vero che Boeri e compagni sono stati nominati da maggioranze precedenti, ma non tutti gli argomenti possono essere buttati al macero, solo per le ragioni o gli interessi di chi le espone e denuncia.

Gli osservatori avevano detto che Lega e 5Stelle, come annunci, sarebbero andate fortissimo, e infatti così è stato: tanti proclami, molte cose ben avviate (Decreto-Dignità, diversa politica su immigrazione e sicurezza, una maggiore resistenza italiana rispetto a Bruxelles), al punto che nei sondaggi il governo complessivamente ha superato il 60% del gradimento; ma nel momento della “resa dei conti”, nel senso letterale, ossia la computazione della manovra, la parola-chiave sarebbe stata: fibrillazione.

E dalla mediazione in poi, sugli argomenti e i soldi (legge Fornero, flat tax, reddito di cittadinanza etc), la competizione tra i due partiti si è tradotta in sfiducia reciproca: riunioni disertate, comunicati al vetriolo, messaggi in codice e brevi riappacificazione dal premier Conte poco prima delle conferenze stampa.

L’ultima puntata di questa saga, ieri, con la “manina”. La storia del decreto fiscale manipolato da “Mister X”. Luigi Di Maio va a Porta a Porta e annuncia di recarsi in Procura a causa di una “manina tecnica o politica”.

Sindrome del complotto per evitare le reazioni di una parte sempre più consistente di grillini di base che sono scontenti di questa osmosi a ribasso con Salvini (da Fico, Spadafora a Di Battista e non solo)?

In effetti, Di Maio per molti sta tirando troppo la corda: ha ceduto sul condono relativo agli evasori parziali (lui voleva inserire solo i cittadini che hanno dichiarato legalmente i loro redditi ma non ce l’hanno fatta a pagare per crisi economica); e ora si è visto uno stralcio di decreto inviato al Quirinale “alterato” dalla manina, che introduce la pace fiscale con uno scudo fiscale (la non punibilità) per i reati di riciclaggio e auto-riciclaggio. Davvero troppo per un partito che ha fatto dell’onesta una condizione morale della sua politica. Notizia vera, falsa? Il Quirinale ha smentito, ma le regole della diplomazia non contemplano indiscrezioni.

E allora ecco la tesi della manina tecnica o politica. Con chi ce l’ha il vicepremier? Evidentemente (prima ipotesi) con i famosi tecnici, ragionieri contabili del Tesoro, già responsabili, secondo lui, di sgambetti e pressioni istituzionali (gli uomini del Colle sono ovunque). Oppure (seconda ipotesi) i dubbi calano su Giancarlo Giorgetti, considerato troppo bravo a mediare con Mattarella. Sospetto subito fugato dai diretti interessati: “Siamo gente seria”.
Infine, resta una terza ipotesi, ignorata dai giornali: che i grillini, i collaboratori di Di Maio, il suo staff, non si siano accorti, non abbiano letto bene l’articolo 9 del decreto in questione. Una semplice svista, dovuta o a enfasi o a superficialità.

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