Il 4 novembre: la verità su patriottismo, nazionalismo e democrazia

Politica

Ci sono tanti modi per ricordare, festeggiare, un evento che richiama i nostri simboli identitari, i nostri valori collettivi, come il 4 novembre: trasformarlo in vuota retorica, legarlo all’ “ideologia della storia” (e non alla storia per quello che è, o per quello che è stata); “attualizzarlo” in ricetta politica usata solo come clava contro gli avversari del momento.

Il risultato che si ottiene sempre (e si ottenuto ieri), sommando e sintetizzando tutte le dichiarazioni di circostanza dei politici, da destra a sinistra, a livello mediatico, è pessimo: ha prodotto distanza, inutili e stucchevoli dibattiti, spiacevoli sensazioni di strumentalizzazione; ulteriore divisione tra i cittadini, dimostrando che come popolo (dalla base al vertice), non riusciamo ad essere uniti, pacificati (ad un secolo dalla prima guerra mondiale); non riusciamo a metabolizzare il nostro passato per un progetto comune. Non riusciamo, insomma, ad essere italiani, nemmeno come memoria accettata, figuriamoci come memoria condivisa.

Tutti i tg e molti giornali, hanno parlato, infatti, di “fine della guerra” (e non della Vittoria); guerra che naturalmente “ha causato tanti morti e feriti” (numeri reali): ma il collegamento al pacifismo e all’identificazione “valore nazionale uguale conflitto e morti”, è scattato automatico.

Il discorso del presidente della Repubblica merita una trattazione a parte, per gli spunti che ha offerto il suo discorso a Trieste e per l’intervista concessa al Corriere della sera.

Per il Capo dello Stato “l’amor di patria non coincide con gli estremismi nazionalistici”. E’ vero: il patriottismo è il riferimento alla terra dei padri, alle radici familiari, storiche, culturali, religiose; Il nazionalismo è la pretesa che la propria identità sia superiore a quella degli altri e per questo ha una vocazione egemonica.

Ma non necessariamente il nazionalismo porta alle guerre. Guerre (interne ai Paesi ed esterne), che si fanno anche nel nome dell’umanità, dell’uguaglianza, della giustizia, dell’internazionalismo proletario etc. Per non soffermarci sulle guerre economiche, nuova forma di colonialismo, partorita dal neo-liberismo, che uccidono le persone, in modo forse più crudele ed efficace dei conflitti bellici tradizionali.

E poi, va ricordato che la prima guerra mondiale non è stata una guerra egemonica, ma il completamento del Risorgimento, la liberazione italiana di Trento e Trieste, da un’invasione ingiusta, quale quella dell’impero asburgico che ci riteneva mera “espressione geografica”.

La cosiddetta “ventata nazionalista” consentì al re Vittorio Emanuele III di riscattare esercito e popolo (Convegno di Peschiera), dopo la disfatta di Caporetto. La cosiddetta ventata nazionalista è stata pure l’impresa di Gabriele D’Annunzio, con il suo volo pacifico su Vienna (lanciò volantini tricolore). L’impeto nazionalista è stato pure la mobilitazione di tante donne crocerossine, prima grande forma di solidarietà nazionale, senza distinzione tra i sessi. E’ nelle trincee che italiani del Sud e del Nord fecero esperienza di nazione (nel 1861 su fece prima lo Stato unitario).

L’accostamento negativo tra patria e spirito nazionale, purtroppo, è un concetto mutuato da certo socialismo (neanche tutto, visto che molti socialisti furono interventisti), sempre e comunque rigidamente “anti-italiano”, internazionalista, negatore di qualsiasi idea di patria.

Gli stessi che una volta conclusa la guerra, oltraggiarono, vilipesero bandiera e soldati di ritorno dal fronte, creando le premesse della reazione fascista.

Quello che non si comprende, inoltre, è l’affermazione fatta dal presidente circa il progetto odierno di “un ordine mondiale fondato sulla democrazia, a partire dall’inviolabilità dei diritti umani”. Come se l’ordine mondiale, fondato sulla democrazia sia incompatibile con il patriottismo, che per definizione, degenera in nazionalismo.

Primo, la democrazia è un valore storico, non religioso. E’ una conquista civile e un criterio di rappresentanza istituzionale applicato alle istituzioni (liberali). Altrimenti dovremmo affermare che anche l’autorità democratica, lo Stato, le decisioni costituzionali, siano sinonimi di dittatura.

Se la democrazia diventa un’ideologia, si producono gli errori mastodontici che hanno portato l’Occidente a concepire e organizzare le guerre democratiche o di ingerenza democratica in Medio Oriente. Con i danni che sono stati combinati.

Secondo, di quali diritti umani stiamo parlando? Di quelli umanistici (libertà di parola, pensiero etc), o del nuovo modello laicista che mira a trasformare ogni desiderio in diritto? Infine, l’uso attualizzato del 4 novembre dal presidente: l’argomento 1938, le leggi razziali, infilate a Trieste (dove Mussolini le annunciò), e la risposta al giornalista: “Non torneremo agli anni Trenta”. Che c’entra il 1938, col 1915-18?

Per caso c’entra con il governo populista e con le politiche sovraniste di Salvini contro i migranti e la Ue?

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