Prescrizione, Meluzzi: “Troppa retorica della legalità. Governo ora può saltare”

Interviste

Sulla prescrizione è scontro nel Governo. L’emendamento del M5S che punta ad abolirla dopo la sentenza di primo grado, non trova d’accordo la Lega, mentre i 5S puntano i piedi sostenendo che il punto sta nel contratto di governo e rappresenta per il Movimento una priorità. Un tema questo molto complesso, perché se da un lato c’è l’esigenza di non far finire i processi sul binario morto delle scadenze dei termini, dall’altro c’è però l’altrettanto legittima esigenza di non far durare i processi all’infinito, tenendo gli imputati sulla graticola troppo a lungo in attesa di un giudizio che, dopo il primo grado, rischierebbe di procedere con tempi biblici. Su questo punto la crisi di governo potrebbe essere molto meno improbabile di come possa sembrare, come conferma a Lo Speciale lo psichiatra, scrittore e opinionista Alessandro Meluzzi.

Cosa pensa dell’annunciata riforma della prescrizione annunciata dal ministro della Giustizia Bonafede?

La mia posizione coincide perfettamente con quella dell’avvocato e ministro Giulia Bongiorno che oggi è forse fra le voci più autorevoli nel panorama penalista italiano. Questa riforma si configurerebbe come la sindrome del processo interminabile. I processi potranno arrivare alla sentenza di primo grado, ma poi abolendo la prescrizione si creerebbe una sorta di tappo che rischierebbe di portare decine e decine di cittadini condannati in primo grado, a non vedere una conclusione del loro iter giudiziario. Se oggi un processo può arrivare fino a dodici anni, senza più la prescrizione potrebbe prolungarsi fino ad un quarto di secolo. Non si può iniziare un processo quando l’imputato ha cinquant’anni e veder terminare l’iter quando ne ha ottanta. Un grande giurista cattolico e liberale come Costantino Mortati diceva che per un galantumo il processo penale è di per sé già una pena. Le sembra giusto che una persona debba aspettare tutta una vita per poter ottenere un’assoluzione di cui avrebbe diritto? E’ vero che una persona dovrebbe essere considerata innocente fino a sentenza definitiva, ma in Italia questo purtroppo non succede”.

Quali sarebbero i rischi maggiori?

“Quello di arrivare ad una frettolosa sentenza di primo grado e ad un accumulo spaventoso di arretrati in secondo grado; senza più lo spauracchio della prescrizione rischierebbero di non arrivare mai a definizione. Il funzionamento del rapporto fra tribunali e corti d’appello è tale da rendere alla fine il processo totalmente sbilanciato in favore dell’unico luogo in cui resiste una certa efficienza, ossia le procure. Da un lato questo può apparire una buona cosa, ma dall’altro comporta come prassi corrente quella di indebolire le garanzie per il cittadino. Assistiamo quotidianamente a conferenze stampa di procuratori e organi di polizia inerenti indagini su casi particolari, che chiamano in causa gli indagati prima che vi sia stato il rinvio a giudizio. Ancora prima che un giudice terzo, il Gip, si sia pronunciato, si divulgano così accuse a carico di soggetti che magari stanno pure in carcerazione preventiva. Questa non è giustizia, ma purtroppo sembra essere la regola”.

Però c’è chi fa notare come, a causa dei termini di prescrizione, molti processi anche di una certa rilevanza fatichino ad arrivare a conclusione. Come risponde?

“E’ giusto pretendere che nessun reato resti impunito, in Italia del resto soltanto il 7% di quelli compiuti è effettivamente punito, ma ciò non avviene per colpa della prescrizione ma perché nella maggioranza dei casi non vengono neanche concluse le indagini. Da noi esiste un ribaltamento della logica. In America non si va in galera quando si è imputati, ma dopo che si è ricevuta la condanna: da noi avviene l’esatto contrario, con il paradosso che ci si va prima del processo e si resta invece liberi quando si è stati condannati. L’abolizione della prescrizione aggraverebbe questo stato di cose”. 

La Lega ha detto di non condividere la cosiddetta “dottrina Davigo” ma il M5S punta i piedi richiamandosi al contratto di governo. Chi la spunterà secondo lei?

Nessun tecnico del diritto può accettare questa proposta. Soltanto Davigo appunto che sta spingendo il M5S su questa direzione. A mio giudizio però lo sta facendo sulla base di ragioni puramente retoriche, o meglio sulla base di quella che io definisco la retorica simbolica della giustizia. La funzione della legalità è fare giustizia ma confondere la legalità con la giustizia equivarrebbe a confondere la medicina con la salute. Ad una persona si augura tanta salute, non tanta medicina, altrimenti si augurerebbe indirettamente il male. Se voglio far funzionare al meglio il sistema giudiziario non dovrò auspicare tanta legalità, ma più giustizia. La legalità deve essere posta al servizio della giustizia e non viceversa. Il processo deve servire per giudicare, non per garantire legalità. Sono due cose molto diverse, altrimenti si rischia di cadere nella visione politicizzata tipica di certe correnti della magistratura, a detta delle quali la giustizia deve essere strumento di rivoluzione, riequilibrando le ingiustizie, punendo i forti e difendendo i deboli. Una visione ideologica che porta ad un sistema giudiziario fortemente distorto, piegato a logiche del tutto estranee al diritto e alla civiltà”. 

Si rischia seriamente su questo argomento la crisi di governo?

“Credo proprio di sì, perché è uno dei punti su cui si scontrano due visioni del mondo e della giustizia direi antitetiche. Agli elettori della Lega interessa molto poco di prescrizione, però questa è una questione che mette in luce una certa natura intrinseca del Movimento 5Stelle. Così come la Lega ha trovato terreno fertile nel sovranismo, nella difesa dei confini nazionali, dei valori cristiani, i 5S sono legati ad un concetto di legalità retorico risalente ai tempi di Mani Pulite. Gli italiani con la Lega si sono ribellati all’idea di un migrazionismo di massa incontrollato, con il M5S all’idea di una legge incapace di punire i furbi che si arricchiscono alle spalle del popolo. Ma come ho già detto, bisogna stare molto attenti a confondere la legalità con la giustizia. Il rischio alla fine è quello di degenerare nel giustizialismo che non è giustizia, ma pura ideologia e come tale non equilibrata, né imparziale”. 

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