Minniti, parla Geloni: “Partita aperta, senza idee. I giochi di Renzi”

Interviste

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L’ex ministro dell’Interno Marco Minniti ha deciso di scendere in campo nella sfida per la segreteria del Partito Democratico, ma non ci sta ad essere etichettato come il “candidato di Renzi”. Lo si è capito subito ascoltandolo ieri pomeriggio a In Mezz’Ora, il programma di Lucia Annunziata. “Penso di aver dimostrato in questi anni di avere una capacità di autonomia politica, e una cosa che non si può dire è che io non abbia dimostrato carattere” ha detto l’aspirante leader Dem che non ha mancato di difendere l’ex premier puntando il dito contro quanti, dopo essergli stati accanto negli anni del potere renziano, lo stanno ora abbandonando. “Io non ho esagerato nel lodarlo allora e non ho bisogno di prenderne le distanze ora” dice l’ex ministro. Lo Speciale ha chiesto un commento a Chiara Geloni, giornalista, politologa e responsabile del sito web di Articolo 1-MdP.

Minniti scende in campo, ma sembra voler marcare la sua autonomia da Renzi. Avverte come un peso l’eventuale sostegno dell’ex premier e segretario?

“E’ ovvio che quando uno con l’età, l’esperienza e la personalità di Marco Minniti si candida, punti a dimostrare di essersi candidato in quanto Minniti e non come uomo di altri. Lo trovo assolutamente normale. Sarà ora interessante vedere e capire come intenderà davvero gestire il rapporto con Renzi, ma le dichiarazioni del primo giorno era naturale che fossero di quel tenore. Direi che era scontato”.

La partita a questo punto si riapre. Fino ad oggi Zingaretti sembrava l’uomo forte, sostenuto per altro dai pezzi grossi del partito. Con Minniti a contendergli la scena, la sfida adesso si farà seria e dai contenuti forti?

“La partita sicuramente è aperta, ma ho molti dubbi sul fatto che si vada  ad un congresso vero. Non mi sembra ci si stia predisponendo ad un dibattito utile e costruttivo. Il meccanismo delle primarie non aiuta affatto l’elaborazione di proposte politiche, ma sposta la discussione sulle personalità che sono in campo. Inoltre questi candidati che si stanno schierando con l’appoggio di vari alleati, non affrontano nessuno dei temi di fondo che il Pd ha davanti.  Soprattutto manca il giudizio sugli ultimi cinque anni, sugli errori che sono stati commessi e sul rapporto che bisognerebbe avere in prospettiva, alla luce dell’attuale quadro politico, con le altre forze. Temo che si vada prospettando un congresso sostanzialmente inutile che non scioglierà nessun nodo fondamentale. La vittoria dell’uno o dell’altro non credo sarà risolutiva”.

Come giudica l’atteggiamento di Renzi che non ha partecipato ai lavori dell’assemblea nazionale? Un tentativo per preservare l’autonomia di Minniti?

“Credo che Renzi, più che tenersi fuori dalla mischia, cerchi di alimentare la confusione. Non ha preso parte all’assemblea dicendo che non parteciperà neanche al congresso, e questo è assurdo considerando che si tratta di un senatore e di un dirigente comunque importante del partito. Prima aveva riunito la sua corrente a Salsomaggiore, specificando però che non era una corrente e decidendo di appoggiare Minniti ponendogli pure certe condizioni; poi ha annunciato la costituzione di comitati civici nominandone coordinatore Sandro Gozi, il quale rilascia interviste in cui dichiara di lavorare alla costruzione di una nuova forza politica. Direi che il modus operandi di Renzi è del tutto contraddittorio rispetto ad ogni tipo di scenario. Il suo obiettivo penso resti quello di aspettare gli eventi, con la speranza di poter poi condizionare gli esiti del congresso”.

Fino ad oggi Renzi si era ispirato a Macron come riferimento politico sia interno che europeo. Ora che il presidente francese è ai minimi storici di popolarità, pensa che l’ex segretario stia rivalutando la sua strategia?

L’incertezza tattica di Renzi deriva anche da questo. Lo slogan che tanto gli piaceva, quello cioè di essere in marcia come Macron, è decisamente spompato in questo momento. Questo spiega anche perché non abbia ancora deciso cosa fare. Finora ha preso tempo e l’unica cosa che ha ottenuto è che il congresso si svolga ad un anno esatto dalla sua sconfitta. Un anno sprecato, nel quale non si è stati in grado di voltare pagina”.

Fra Zingaretti e Minniti sarà uno scontro fra sinistra e destra del Pd come molti media lo stanno raffigurando?

Non ridurrei la sfida a questo livello. Non penso proprio che Minniti possa essere etichettato di destra. Premesso ciò aspetto anche io di capire le loro differenze programmatiche. Posso essere d’accordo con le parole chiave enunciate ieri da Minniti, sicurezza, Europa, legalità, ma resta da capire cosa intendono fare per rilanciare il Pd. Perché qui il problema vero non è trovare un candidato premier ma ricostruire il Pd e farlo funzionare nuovamente. Non è ancora chiaro cosa questi candidati hanno davvero in mente, per rimettere in piedi un partito che rischia seriamente di sparire dall’orizzonte degli italiani”.

Cosa l’ha convinta finora di Minniti a giudicare dalla prima uscita?

“Non mi ha convinto nulla, come del resto non mi ha convinta nessuno dei candidati in corsa. Probabilmente non dovranno neanche convincere me, ma da osservatrice trovo che nessuno di loro finora sia stato capace di scoprire delle carte che possano lasciar prevedere una chiusura di questo capitolo di storia politica e una concreta possibilità di guardare avanti”. 

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