Alla fine insomma la linea del dialogo con Bruxelles sta prendendo forma, anche se il corpo ancora non c’è. Il governo sembra deciso ad abbassare la soglia del rapporto deficit-pil perché “non è un problema di decimali”. Il deficit al 2,4%, che sembrava un limite invalicabile impossibile da negoziare, sta invece diventando perfettamente negoziabile se come appare ormai evidente la riduzione sarebbe cosa fatta. Resta soltanto da capire come abbassarlo.
Un accordo vero e proprio ancora non c’è. Ieri sera il premier Conte si è incontrato a Palazzo Chigi con i due vicepremier Di Maio e Salvini e al termine tutti e tre hanno diramato una nota congiunta con la quale confermano la linea del dialogo con l’Europa.
La nota recita: “Non è una questione di decimali, obiettivo del governo è rilanciare la crescita e lo sviluppo. Confermati gli obiettivi già fissati, in particolare sulle pensioni, sul reddito di cittadinanza e sulla tutela del risparmio. Sono stati valutati gli emendamenti di iniziativa parlamentare al ddl sulla legge di bilancio e concordati quelli che saranno oggetto di approvazione. Per quanto riguarda il dialogo in corso con le istituzioni europee – proseguono il primo ministro e i due vicepremier nel comunicato – si è concordato di attendere le relazioni tecniche sulle proposte di riforma che hanno più rilevante impatto sociale, al fine di quantificare con precisione le spese effettive. Le somme recuperate saranno riallocate, privilegiando la spesa per investimenti, con particolare riferimento a quelle necessarie a mettere in sicurezza il territorio e a contrastare il dissesto idrogeologico“.
Indiscrezioni giornalistiche comunque sembrano confermare che l’orientamento prevalente sarà quello di rinviare a giugno la partenza del reddito di cittadinanza e di restringere la platea di “quota 100” (il ricalcolo pensionistico sulla base dell’eta anagrafica e quella contributiva con l’obiettivo dei 63 anni), lasciando fuori dalla riforma molte persone che nelle intenzioni iniziali ne avrebbero dovuto beneficiare. Circa lo 0,2% del Pil, pari ad almeno quattro miliardi, dovrebbe quindi essere dirottato sugli investimenti. In questo modo il governo punterebbe ad abbassare il deficit e a convincere l’Europa a non avviare la procedura d’infrazione. In pratica i provvedimenti resteranno tutti sul tappeto ma diluiti nel tempo. Il reddito di cittadinanza dovrebbe slittare di qualche mese, mentre la riforma delle pensioni partirà soltanto per alcune categorie, quelle che ne hanno più bisogno, in attesa di essere poi estesa a tutti gli altri pensionati penalizzati dalla Legge Fornero.
Ma di buone intenzioni come è noto è lastricata la via dell’inferno, e sebbene il realismo porterebbe a non inasprire lo scontro con la Commissione europea anche per evitare eccessivi innalzamenti dello spread, brutte sorprese potrebbero arrivare dai prossimi sondaggi elettorali. Come reagirà l’opinione pubblica a questo “cambio di marcia” di Lega ed M5S che fino a sabato scorso ripetevano che la manovra non cambiava e che il 2,4% era anche troppo poco? Le opposizioni dal canto loro, dopo avere per settimane invitato il governo a non andare al muro contro muro con Bruxelles e a rivedere la manovra, oggi sono ben liete di rappresentare il ritrovato spirito di dialogo di Conte e company, come il segno evidente della debolezza e dell’isolamento dell’Italia in campo internazionale. Insomma una sconfitta e un fallimento dell’intera strategia giallo-verde.
Fino a che punto Salvini e Di Maio saranno davvero disposti a ricoprire i panni di quelli che, dopo aver mostrato i muscoli hanno preferito alzare bandiera bianca?



